Crimped hair: torna il frisé con nuove forme

Chiome extra volume e “crimpate”, ovvero frisé. È una delle immagini che probabilmente inseriremmo in un’ipotetica galleria di ricordi anni ’80. La notizia è che il frisé è tornato in questa stagione, proposto da molti hair stylist e visto sfilare su alcune prestigiose passerelle. Ma tranquille, il nuovo “crimped” è diverso, non costringe a volumi impossibili e al crespo rigido con forme geometriche, è più portabile e anche meno esotico rispetto a quello visto ancora qualche anno fa sulla testa di Britney Spears e Christina Aguilera. “L’effetto crimping è uno di quei trend che spaventa chiunque ma che non passa mai di moda” spiega Adam
E la versione contemporanea dei crimped hair prevede maggiore morbidezza e “discrezione”, come spiega sempre Reed: “Il volume e i capelli mossi sono tornati sicuramente di moda, ma non come li abbiamo sempre conosciuti. Oggi sono molto più morbidi e più discreti rispetto al passato, diventando così indubbiamente più facili da portare”. Il consiglio principale è dunque quello di evitare di agire su tutta la chioma, limitandosi a texturizzare solo alcune ciocche, ottenendo l’effetto che Reed descrive come “double texture”.

E che abbiamo visto sfilare sulla passerella di Fyodor Golan, realizzato dall’hair stylist Syd Hayes. Facilmente realizzabile grazie ai nuovi strumenti di styling, come la styler ghd Contour, con lamelle multi-dimensionali.

E se l’effetto frisé partisse da metà testa? Basta guardare le teste delle modelle in passerella da Alexander McQueen per l’autunno e inverno.

La ponytail “crimpata” è la soluzione preferita da Reed, proposta tra i look messi a punto per ghd e che suggerisce: “I capelli devono essere super eleganti sulla testa. Quindi aggiungete volume e una double texture alla coda, lasciando tirata e liscia la parte superiore della testa”. Infine, chi dice che una testa frisé debba a tutti i costi apparire come un moderno beehive? La lezione di “discrezione”, appunto, giunge da Ports 1961, con un frisé controllato e morbido. . Che ricorda molto uno dei primi apparsi sulla scena, quello realizzato dall’hair stylist Geri Cusenza per Barbra streisand nel 1974, che rappresentava un po’ il modo più cool di indossare l’hippie hairstyle, domando la chioma ma lasciandole quel quid di controllato wild, che troverà la sua massima espressione nel decennio successivo.

La scorsa stagione, Marc Jacobs ha utilizzato kaia Gerber, allora ai suoi esordi, come volto per la sua beauty collection e il visual prevedeva proprio una chioma frisé extra volume, messa a punto dall’hair stylist Guido Palau.

 

Fonte: Repubblicait

Il ritorno del Vintage

Schermate da grandi occhiali anni Settanta dalle lenti fumé, vestite di tessuti stampati, staremo davvero comode nella nostra poltrona pop, attorniate da cuscini ricamati a motivi geometrici e paraventi ricoperti di carta da parati?
Quello che sembrano suggerirci i grandi marchi della moda stavolta non è l’innovazione a tutti i costi, la veloce sostituzione del guardaroba, ma al contrario è di guardare indietro col loro e riappropriarci del nostro passato stilistico. Trend, questo, che si ripropone anche nella bellezza. Una sorta di autocannibalismo simbolico, che solo i brand storici come Gucci, Hermes, Hermes, Saint Laurent, Dior, Balenciaga, Chanel, per citarne alcuni, possono fare, e che genera degli interrogativi. Solo le case con una lunga tradizione alle spalle infatti possono, in modo più o meno autentico, riproporre i propri pezzi icona, prontamente rieditati per essere immessi sul mercato, o inventarne di nuovi, guarda caso appena usciti dall’archivio, con una storia credibile che faccia sognare il consumatore.

 

Da dove nasce questo bisogno di voltarsi indietro? L’alternarsi e sostituirsi velocissimo delle mode, l’incapacità di inscatolare un trend, di portarlo in passerella, senza che si sia già ibridato con altro e volatilizzato o che sia stato captato dalla catena Fast (and Furious) Fashion, potrebbe aver costretto chi le tendenze per mestiere le racconta e le reinterpreta a prendersi una pausa di riflessione. Il ralenti però non riguarda tutti: il consumatore, in quanto tale, deve continuare ad acquistare.

Il vintage è un comfort-style che ritorna in momenti di sbando culturale?

Quello che sembra ci sia dietro questo gusto per il Vintage, o dovremmo dire per il Retro, più che fascino sedimentato, voglia di un ritmo più lento, di tessuti più preziosi, di cuciture effettuate con attenzione, di abiti tagliati da mani sapienti, è il culto già all’apoteosi della propria unicità. Non importa “cosa” ma “come”: si cercano solo gli effetti più superficiali del trend, per sentirsi i più belli, desiderati e instagrammati. Che l’ultima novità sia il Vintage potrebbe sembrare una contraddizione in termini: proprio questo invece conferma l’importanza della forma sulla sostanza.
Perciò fanno riflettere le parole dello scrittore Simon Reynolds quando dice che “il futuro è morto. Il Retro è il futuro” e che l’ubiquità del passato della cultura contemporanea è di fatto un malessere che potenzialmente mina tutto ciò che è di qualità e originale.

Quando inizia il Vintage?
Etichetta applicabile all’abbigliamento e ai suoi accessori, ma anche ad altri settori, si tratta di un fenomeno relativamente recente. Già i ragazzi contestatori degli anni Settanta amano indossare cose usate, vissute, “povere” come manifesto del rifiuto del consumismo e dei bisogni indotti dal capitalismo. Allora è una tendenza, vista forse come un capriccio, a cui i marchi di moda non si interessano. Bisogna aspettare gli anni Novanta, con il Grunge, per riscoprire gli indumenti colorati dei figli dei fiori, mixarli con camicie militari, magliette da marinaio, camicie ricamate delle nonne, capelli coloratissimi e con tagli asimmetrici soft-punk, cappelli di lana e anfibi. Una miscellanea creativa che racconta il culto per la musica di Seattle e UK, ideali di pace e felicità, l’ambientalismo e ancora una volta, il rifiuto del consumismo. Un humus caotico e fertile che porterà a frutti come No Logo di Naomi Klein (2000) e contestazioni quali Occupy Wall Street (2011). Stavolta il fashion system è più sviluppato e ben attrezzato (o forse contaminato dagli stessi grunger) per cogliere certi segnali e porta in passerella dopo poche stagioni abiti a fiori, cardigan patchwork, cappotti ricavati da coperte militari e capi in stile Retro anni Sessanta e Settanta, ricreati in modo pedissequo.

 

Cosa diventerà Vintage?
Bisogna partire dal termine stesso. “Vintage” è parola inglese, derivata dal francese antico “vendenge”, ovvero vendemmia, che per traslato assume il significato anche di “vino d’annata”. E visto che solo i vini migliori sono capaci di invecchiare bene, e anzi vini apparentemente semplici, poco distinguibili da altri, acquistano negli anni sfumature uniche e preziosissime, anche il vintage non è un concetto che si può applicare a tutto. Non basta chiudere in un cassetto un abito 20 anni per renderlo un pezzo vintage. Potremmo dire che il vintage sta nell’occhio di chi guarda: solo un osservatore attento, e avvezzo alle evoluzioni del costume, può distinguere un pezzo che ha delle potenzialità e che vale la pena mettere a riposare per qualche anno in barrique, ovvero nel proprio armadio. Ritirandolo fuori quando il pezzo sarà scomparso dal mercato, per rivenderlo con profitto o sfoggiarlo come pezzo unico, non più acquistabile.

Perché il Vintage è così affascinante?
Dal fascino quasi magico, il Vintage è una sirena che ci abbindola sempre, forse proprio per una sua certa pericolosità. Come tutte le cose complesse ha i suoi pro e i suoi contro. Indossare pezzi vintage, saperli mescolare fra loro e con capi di oggi, arredare una casa con paraventi stampati anni Cinquanta e tappeti anni Settanta, senza diventare una caricatura non è da tutti. Ma si tratta anche di un comfort-style che ritorna in momenti di sbando culturale, evoluzioni velocissime, incertezze economiche, sociali, proprio come è accaduto negli anni Novanta, con l’avvento di internet e l’ultima grande rivoluzione culturale giovanile.
“A livello psico-sociologico recuperare cose o abitudini del passato significa ancorarsi a qualcosa di certo, trovarsi un’identità in parte già confermata” spiega il professore Marino Bonaiuto, ordinario di Psicologia Sociale a La Sapienza Università di Roma, “e in anni di veloce cambiamento, con una crisi economica forse arginata e soprattutto con una forte crisi sociale, come quelli che stiamo vivendo, citare il passato è un modo per innovare ma senza esporsi troppo, giocando su qualcosa che ha abbia un cuore estetico già familiare e sdoganato.” Il futuro è morto. Il Rétro è il futuro.

Cosa è Rétro e cosa è Vintage?
La differenza fra ciò che è vintage e ciò che è rétro è nell’autenticità storica del pezzo. Rétro è qualcosa che ha l’aspetto di essere d’epoca, che strizza l’occhio al vintage. Quest’ultimo è invece un oggetto originale che ha almeno 20 anni (che salgono a 25 in UK).

La contraddizione in termini del Vintage del 2017
La fame per ciò che Vintage potrebbe essere legata a una congiuntura socio-economica. “Una grande quantità di prodotti da distribuire sul mercato può generare un cambiamento del gusto. Come è successo alla fine Ottocento quando si è aperto il mercato con il lontano Oriente e con l’arrivo di forti quantitativi di tessuti, porcellane, opere d’arte si è sviluppato un gusto orientalista, la massa di vestiti e arredamento messi in commercio con la seconda rivoluzione industriale e rimasti nei magazzini oggi può trainare i desideri del consumatore” continua il professore Marino Bonaiuto, che aggiunge “lampade, abiti, accessori sono elementi concreti, con una forza che fa da locomotiva e si trascina dietro il mercato della moda e quello che mi sembra più che altro un citazionismo”.
La suggestione Vintage del prossimo inverno è di fatto Rétro, creato ad hoc per chi non ha vissuto le atmosfere degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, Ottanta e anche Novanta. E se le generazioni precedenti sono andate alla scoperta di perle rare abbandonate negli armadi di casa e nei mercatini, dopo un tale saccheggio durato decenni ci sembra difficile che gli adolescenti di oggi possano godere di tale fortuna. Proprio qui si inseriscono i produttori a soddisfare la richiesta, con proposte per tutte le tasche. Mentre il Vintage in passato è stato la soluzione per chi voleva indossare capi preziosi senza spendere una fortuna e avere uno stile personale senza passare dai marchi ufficiali.

 

Fonte: Repubblica.it

Da Chiara Ferragni a Behati Prinsloo: come vestirsi in gravidanza

 

Chi dice che gravidanza deve fare rima con scarsa eleganza? Gli abiti informi da mamma in attesa sono ormai un ricordo grazie a brand e stilisti che finalmente prendono in considerazione il pancione nelle loro collezioni. L’ispirazione per vestirci in modo femminile, ma pratico, in quei lunghi 9 mesi in cui il corpo si trasforma di settimana in settimana, ci viene dalle star che stanno per diventare mamme. Dalla top model Behati Prinsloo arrivata con un mini abito Gucci sul red carpet del LACMA a Chiara Ferragni, che mostra il pancino lievitato in un abito nero di Revolve, fino all’abito rosa di Orla Kiely indossato da Kate Middleton e andato subito sold out, ecco i look più belli indossati negli ultimi giorni dalle celebrities incinte. E i loro consigli di stile: dai fiori, al bianco allo stretch ecco cosa indossare–> Clicca qui

Felpa: l’eterna tendenza

Nelle parole di Kanye West, che nell’invito della sua collezione YEEZY SEASON 5 ha allegato anche una felpa, “Sweatshirts are f***ing important”. Il rapper e designer non è il solo a pensarla così (la traduzione è superflua, vero?) dato che la felpa è nel cuore e negli armadi di intere generazioni. C’è chi la indossa per fare sport, chi nel tempo libero e chi la tiene tra i pezzi più importanti del guardaroba, visto che ormai è una protagonista forte delle passerelle, come visto anche alle recenti sfilate della primavera estate 2018.
Versatile, con un’attitudine cool e una facilità sorprendente di abbinamento: la felpa sta all’abbigliamento come il comfort food sta al cibo. Tutti le amano, anche per la loro innegabile comodità.

NASCITA DELLA FELPA
Nata per gli sportivi, negli anni 20 la felpa viene pensata da Bennie Russell Jr in Alabama, che fa realizzare nella fabbrica del padre delle maglie che siano comode per giocare a football e assorbire il sudore. L’idea vincente è utilizzare un cotone morbido che all’epoca viene usato per produrre intimo femminile. Il successo negli ambienti sportivi porta ad alcune modifiche come l’ideazione della hoodie, il modello col cappuccio, lanciato dal brand Champion negli anni 30.
1965 Jane Fonda indossa una felpa con Beethoven. È con Peter McEnery, suo partner nel film “La Calda preda”
1965 Jane Fonda indossa una felpa con Beethoven. È con Peter McEnery, suo partner nel film “La Calda preda”
UNA FELPA PER DIRE CHI SEI
Negli anni 60 esplode il potenziale divulgativo e identitario delle felpe. Gli studenti universitari ci stampano sopra il loro nome e quello dell’università e le prestano alle cheerleader che le indossano con orgoglio. La felpa dice chi sei, cosa fai e a cosa appartieni. Mentre gli operai di New York ancora indossano anonime hoodie col cappuccio fisso sul capo per proteggersi dalle intemperie durante i lavori all’aperto, felpe e t-shirt diventano per i giovani spazi da riempire con slogan. Il boom dilaga negli anni 70: la semplicità della customizzazione unita alla forza di grafiche con frasi ad effetto, rende le felpe un’espressione di personalità, sia per chi le crea sia per chi le indossa.

CULTURA METROPOLITANA
Alla fine degli anni 70 la felpa si afferma come il capo classico dell’hip-hop, che in quegli anni vede gli albori (la storia è raccontata nella serie The Get Down di Netflix). I writer alzano il cappuccio sulla testa per lasciare i loro graffiti sui vagoni della metropolitana e sui muri senza essere identificati, mentre chi balla la break dance ha bisogno di indumenti comodi che non intralcino i trick e che possano essere usati in mosse di stile, come sollevare o abbassare il cappuccio. Nello stesso momento storico si sviluppa la skate culture. Come i writer, gli skater si nascondono col cappuccio per non essere riconosciuti quando si intrufolano nelle ville per lanciarsi in volteggi con le loro tavole nelle piscine vuote e nei parcheggi privati.

Tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80 la felpa diventa la divisa della scena musicale punk e hardcore, diventando anche un capo per definirsi diversi rispetto alla società convenzionale, che popola gli uffici seguendo il dress code giacca e cravatta. Adidas e Nike, i love brand per eccellenza dell’athletic wear (seguiti dai minori come Kangol), diventano pilastri della cultura urbana, indossati da icone musicali come Run-D.M.C. e Grandmaster Flash. La felpa ha quindi una connotazione negativa? No, anzi, anche gli eroi per le masse sono in tuta, come Sylvester Stallone nelle famosissime scene di corsa attraverso Philadelphia di Rocky e Rocky II.

ANNI 80: PREPPY O CASUAL, LA FELPA È OVUNQUE
Gli anni 80 segnano la fine della connotazione prettamente sportiva della felpa. Tommy Hilfiger e Ralph Lauren seguono la lezione dello street style e rilanciano la felpa oversize come capo preppy per i ragazzi del college. In Italia le felpe di Best Company, Naj Oleari e El Charro diventano must-have.
Norma Kamali disegna la prima linea da passerella in felpa, che viene usata anche da Vivienne Westwood sia nella sfilata A/I del 1982 “Buffalo Girls”, sia in quella dell’A/I del 1983, “Witches”, ispirata da un viaggio a New York dove la creatrice del punk incontra Keith Haring e scopre il suo lavoro e lo stile hip-hop.

 

Anche il cinema sceglie le felpe, casual e femminili come non mai. Indimenticabili quella di Jennifer Beals in Flashdance che diventa un vero tormentone. Tutte le ragazze cercano LA felpa giusta per indossarla come nel film che ha segnato una generazione. Grande successo anche per il modello in stile college che Rebecca De Mornay indossa in Risky Business assieme a un Tom Cruise quasi adolescente.

GANGSTA RAP, SUPEREROI e PASSERELLE
Passano gli anni, la felpa rimane protagonista del mondo hip-hop, e purtroppo il cappuccio serve a nascondersi non solo mentre si fa writing ma anche nel corso delle sparatorie che caratterizzano le guerre tra gang. Snoop, Tupac e le TLC dimostrano come si possa essere star planetarie indossando l’indumento più democratico. Sulle passerelle l’elemento felpa è ormai consolidato tra gli anni 90 e i 2000: non importa in quale accezione, riflette sempre stile e reinterpretazione da parte del designer che sceglie di renderla protagonista.

Fonte: Repubblica.it

20 Novità Skin Care per l’autunno

«L’80 per cento circa dell’invecchiamento cutaneo è dovuto a fattori ambientali e questo significa che è più controllabile di quanto si creda, utilizzando i prodotti adeguati per proteggere la pelle», spiega Justina Mejia-Montane, Vice President, Global Product Development Aveda. E già da tempo la scienza cosmetica sta affrontando il problema dell’inquinamento atmosferico e dell’impatto che produce sulla pelle, alterandone le funzioni. Una tematica particolarmente sentita nei paesi orientali e soprattutto in Cina, ad esempio, dove smog e particelle inquinanti nell’aria hanno raggiunto livelli considerati di allerta per la salute in generale e per la pelle. Se a questo si aggiungono anche i ritmi di vita frenetici delle città che riducono la capacità di autorigenerazione della pelle, il mix può diventare altamente pericoloso e, nella migliore delle ipotesi, portare a un invecchiamento precoce, nonché a sensibilizzazione e a vere e proprie malattie cutanee. Le case cosmetiche stanno conducendo studi al proposito, moltiplicando i punti di vista ed esplorando campi nuovi come il microbioma cutaneo, testando nuovi ingredienti sempre più spesso di origine naturale e vegetale e introducendo concetti nuovi come COV e “Bad Skin Moments”.

 

COV: QUANDO L’INQUINAMENTO È IN CASA
Segnate questo termine: cov. Quando farete una fotocopia o anche solo la doccia con una tenda nuova, quando acquisterete un oggetto o accessorio in plastica, camminerete su un tappeto o ritirerete abiti puliti in lavanderia, ricordate il termine cov, ovvero: Composti Organici Volatili. Particelle potenzialmente nocive emesse da molteplici oggetti di uso comune e in particolare quelli che “profumano di nuovo”: formaldeide, toluene, acetaldeide, acetone che “inquinano” gli ambienti interni, casa e ufficio in particolare. Dal momento che, secondo l’EPA, agenzia americana per la protezione dell’ambiente, un individuo trascorre in media l’80 per cento del proprio tempo in casa e sul posto di lavoro, l’inquinamento domestico costituisce un vero e proprio pericolo quotidiano, evidenziato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Allarme raccolto dai Laboratori Christian Dior, che hanno concentrato per la prima volta i propri studi sugli agenti inquinanti domestici e sui danni che causano alla giovinezza della pelle per mettere a punto un trattamento scudo per la pelle a protezione totale: One Essential Skin Boosting Super Serum. Molto più di un semplice siero, combatte il cento per cento degli agenti inquinanti identificati e agisce ogni giorno come un “reset” trasformando le proteine ossidate e gli altri elementi danneggiati della cellula in nuova materia in grado di produrre proteine nuove, per attivare il rinnovamento cellulare in modo rapido e intenso.

BAD SKIN MOMENTS
Di “Bad Skin Moments” parla Lancôme, picchi di sensibilità cui è sottoposta la pelle, che percepiamo senza necessariamente vederli e che sono la conseguenza della frammentazione della vita moderna in cui ogni giorno è diverso dall’altro e la pelle reagisce in modo differente, subendo mutamenti e sensibilizzandosi, senza raggiungere stati di cronicità permanente. Lancôme ha identificato ciò che accade durante questi momenti e ha creato il termine «crono-sensibilità», la manifestazione di picchi di sensibilità temporanei, che possono durare da pochi giorni a qualche settimana e verificarsi più volte all’anno. La risposta è Advanced Génifique Sensitive, un trattamento della durata di uno o due mesi, per lenire la pelle e prevenire i picchi di sensibilità, a base di Estratto di lactobacillus e un complesso anti-ossidante, composto da Vitamina E e acido ferulico.

MICROBIOMA
Un campo già indagato e non del tutto esplorato è quello del “microbioma”, ovvero tutti i batteri che si trovano sulla superficie cutanea, alcuni considerati “cattivi” e altri “buoni”, il cui equilibrio è importante per una difesa ottimale dell’epidermide. Un microbioma ben equilibrato è quindi come una seconda pelle, che agisce come un’armatura di difesa invisibile, soprattutto quando la cute è soggetta alle aggressioni dovute a ritmi di vita frenetici. I Laboratori Helena Rubinstein hanno studiato e introdotto nel nuovo Powercell Skinmunity, un attivo composto da prebiotici e probiotici: il Defence Complex, bioselettivo nel favorire la crescita della flora batterica “buona”, che si trova sulla superficie cutanea, dunque nel rinforzare il microbioma per una pelle più resistente alle aggressioni.

INGREDIENTI E NUOVE FORMULAZIONI
Anche la ricerca in ambito ingredienti, texture e composizioni non si ferma, esplorando nuovi mondi. Filorga ha racchiuso nel cuore della formula del nuovo Oil-Absolute l’ambra, un attivo prezioso, un fossile oleo resinoso secreto dalle conifere che ha il potere di conservare animali e vegetali: carica di ioni negativi, l’ambra rallenta l’ossidazione delle cellule e, attivando il metabolismo, ne potenzia la rigenerazione. La curcuma, o meglio il suo estratto, tra gli ingredienti anti-aging must have negli ultimi mesi, è invece stata inserita da Clarins nell’iconico siero Double Serum. Il turmerone gioca infatti un ruolo fondamentale nella crescita e nello sviluppo delle piante, permettendo loro di interagire e per questo i laboratori Clarins lo hanno sfruttato per far “parlare tra loro” le cellule, in particolare i microdomini lipidici, situati su cheratinociti e fibroblasti e che consentono alle cellule di “ascoltare” e “comprendere” i messaggi del loro ambiente. I remoti laghi di montagna sono invece diventati il “laboratorio chimico” che ha permesso al brand Biotherm di lanciare la nuova linea Skin Oxygen. Da due miliardi di anni, infatti, le loro acque azzurre sono purificate da una microalga, la Clorella, la specie più ricca di clorofilla e chiamata anche “l’alga che respira”, poiché la sua produzione di ossigeno è tale che è in grado di purificare perfettamente il suo ambiente. Inserita nel cuore di Skin Oxygen, aiuta a rinforzare le difese naturali della pelle e agisce per un effetto “city detox”. Infine, due segnalazioni: la nascita di un nuovo brand e un compleanno importante. Waso è la nuova linea skin care ispirata all’arte del washoku, la cucina tradizionale giapponese basata sul rispetto della natura e delle materie prime, a base di ingredienti naturali selezionati per le loro peculiari proprietà che vengono rilasciate intatte alla pelle: carota per nutrire, foglia del nespolo del Giappone antiossidante, tofu levigante, miele purificante e Kikurage, un fungo bianco apprezzato in Giappone come «beauty food», per idratare. Il compleanno invece riguarda La Prairie, la cui linea ormai iconica a base di caviale compie 30 anni e che, per festeggiare l’evento, tra le altre iniziative, ha lanciato Skin Caviar Absolute Filler, per contrastare la perdita di tono, ridefinire e migliorare i contorni del viso e ritrovare compattezza e volume.

 

Fonte: Repubblica.it

Torna il velluto a coste ma sappiamo come indossarlo?

Dici velluto a coste e pensi subito ai mitici anni 60/70, quando i ragazzi vestivano pantaloni e giacche color caramello, rosso mattone o cioccolato e lottavano per i loro diritti. Eppure per anni abbiamo abbandonato il velluto a coste pensando che non ci donasse. La sensazione indossando pantaloni e giacche, era che sembrassimo di una taglia in più. La rigidità del tessuto, l’effetto ottico delle coste (soprattutto nei colori chiari), il taglio dei pantaloni, hanno fatto sì che all’inizio degli anni 2000, quando il velluto a coste era tornato in auge, noi non ne fossimo esattamente entusiaste.

 

Cosa è cambiato oggi? Semplice, il trend è tornato a emergere quest’anno grazie Prada, che lo ha scelto per le sue collezioni e Céline che ha proposto i suoi pantaloni a coste rosa per la stagione a/i 2017-18 e noi abbiamo riscoperto un tessuto splendido e umile. E che tutte avevamo nell’armadio, come spiega Miuccia Prada: Il velluto era un tessuto che non si usava più e che era nell’armadio di tutti
Il ritorno in auge del velluto a coste è merito dei nuovi tagli, delle nuove linee e dei tessuti innovativi che oggi smussano quell’aspetto un po’ rigido che in passato ci faceva sentire a disagio.

 

Nelle ultime settimane abbiamo visto rispuntare prima timidamente, poi sempre più autorevole, il velluto a coste nelle boutique e nei monomarca fast fashion. Complice anche la passione per la moda Vintage (altro forte trend dell’inverno) che ci ha fatto riscoprire uno dei tessuti più belli. Insomma questo inverno non possiamo fare a meno di avere almeno un capo in questo materiale. Ma vediamo come si porta oggi il velluto a coste o Corduroy, come lo troverete citato negli e-shop di lingua inglese. Il nome viene dal francese cour du roi, perché con questo tessuto si facevano gli abiti da caccia. Bene, dicevamo, prima di cliccare e acquistare bisogna capire cosa scegliere per essere up to date. Vi aiutano alcune influencer di Instagram e una piccola guida che vi abbiamo preparato con 5 modi per adottarlo nel vostro look.

Se siete ancora intimorite nell’indossare un pantalone di questa materia pensate alle passerelle di Prada, Trussardi, Saint Laurent e Mulberry e puntate su una giacca. Grazie alla trama del velluto a coste la giacca risulterà ben strutturata e permette di seguire la tendenza in modo facile. Le influencer l’hanno già adottata: potete optare per un modello più aderente in vita, come quello di Prada, o più abbondante come da Acne. In questo caso però abbinatelo a un pantalone a vita alta e a un pull leggerissimo dolcevita, magari a stampa (si trovano ovunque e a ogni prezzo).

Imprescindibile il pantalone rosa a coste lanciato da Céline, approvato da Calvin Klein, ripreso da Mango, plebiscitato da Zara e infine adottato da tutti. Se dovete scegliere un modello solo scegliete questo: in pieno trend pink millennial è elegantissimo sia in versione più sportiva (largo e indossato con sneakers bianche e felpa) sia elegante, magari con blazer abbinato nello stesso colore o con una camicia lavallière in un colore contrastante e maxi cappotto appoggiato alle spalle. Se proprio il rosa non vi convince potete optare per i colori più classici come il castagna, il bordeaux, il blu o il nero. In questo caso i pantaloni in Corduroy si scelgono con vita alta o molto ampi e morbidissimi, meglio se con il risvolto in fondo.

 

Vera novità di stagione sono maglie, felpe, lupetti e top in velluto a coste. Hanno il vantaggio di essere molto più facili da indossare del pantalone e risultano subito preziosi grazie ai riflessi dati dalla trama. Qui potete sbizzarrirti nei colori sia nei toni scuri sia nei chiari. Un must il bianco e il rosa cipria.

 

Volete seguire la tendenza ma non riuscite ad abbandonare i soliti jeans per un pant in velluto? La soluzione è una borsa in velluto a coste: bellissime quelle a bauletto da usare di giorno e di sera.

Più importante della giacca, il cappotto in velluto a coste diventa un capo ‘importante’ che regala una silhouette elegante e disinvolta. Bellissimo portato sulle spalle come fosse una cappa potete sceglierlo in un colore classico o meglio ancora in una tinta forte per dare smalto ai look da giorno troppo seriosi.

Meno rischiosa della minigonna, una bella gonna over in velluto a coste è una soluzione che si adatta a tutte le taglie. Basta seguire alcuni accorgimenti: non deve essere a campana, deve arrivare appena sopra la caviglia e dovete indossarla con boots o sandali con un po’ di tacco per evitare che vi accorci la linea. Sopra, se siete longilinea, scegliete un maxi pull meglio se a stampa. Se invece siete petite o morbida optate per una camicia infilata dentro in modo da segnare il punto vita.

 

Fonte: Repubblica.it

10 consigli per prepararsi al Natale per tempo e senza stress

C’è chi ha misurato il picco dello stress pre-natalizio che, a quanto pare, coincide con le 14:33 del 24 dicembre. È questo il momento in cui le preoccupazioni per lo shopping dell’ultimo minuto e l’organizzazione della festa raggiungono lo zenith, rivela un’inchiesta britannica che ha preso in considerazione il rapporto delle donne con il Natale. Ma nell’elenco delle fonti di stress ci sono anche la necessità di terminare di impacchettare i regali, l’impossibilità di contare sul proprio partner e la difficoltà di trovare spazio in frigorifero. Lo stress, di solito, prende la forma di una forte irritabilità e le donne tendono ad attribuire la responsabilità del loro stato d’animo in primo luogo al partner e, in seconda battuta, alla suocera. Vero è che nell’ansia di fare tutto, la maggior parte delle persone si fa prendere dal perfezionismo.

Mentre il 41% degli uomini si rilassa durante le feste, solo il 25% delle donne può dire di fare altrettanto
È il risultato di un sondaggio condotto dall’American Psychological Association. Ecco perché è importante cambiare strategia per il conto alla rovescia verso il 25 dicembre: di seguito, dieci idee per farlo in modo smart, già con mesi di anticipo

1. Cominciate subito
Le persone aspettano di sentire la “magia del Natale” prima di mettersi in moto e far partire l’organizzazione per le feste. Se questa è la vostra strategia, non siete sole. Il problema è che non lo sarete nemmeno durante il “Panic Saturday”, il sabato prima di Natale in cui si concentra la maggior parte degli acquisti. Chi non ha avuto l’accortezza di comprare regali per Natale nel corso dell’anno, può sempre capitalizzare i due mesi precedenti per recuperare il terreno perduto, quando le vie dello shopping sono ancora spoglie di ogni richiamo alle feste. Utilizzando strumenti di misurazione biometrici l’istituto di ricerca britannico Sensum ha misurato il livello di stress nelle vie dello shopping che – complici la folla, la pressione di trovare il regalo giusto all’interno del proprio budget e le attese alla cassa – fa schizzare il battito cardiaco a 130. L’ideale, dunque, è fare spese entro la prima settimana di dicembre e nell’immediatezza dell’apertura o in prossimità dell’orario di chiusura dei negozi.

2. Stilate la lista delle cose da fare
Prendete un foglio di carta e dividetelo in quattro quadranti: regali da fare, pranzo di Natale, appuntamenti e cose da ricordare. Compilate ogni quadrante con tutte le voci che vi vengono in mente. Utilizzate poi questo canvas per stilare delle liste più dettagliate. “Ricordate che una lista delle cose da fare è funzionale e utile se non è troppo lunga. Idealmente, dunque, non dovrebbe superare una ventina di voci. Se vi trovate a gestire più elementi, separate le liste per tematiche”, suggerisce Sabrina Toscani, presidente Apoi, Associazione Professional Organizer Italia (www.apoi.it). Alla voce regali, elencate le persone a cui volete fare un regalo e di quale regalo si tratta, dove lo potete comprare e qual è il budget indicativo. Per la lista del pranzo di natale (v. suggerimento n.5), una volta stabilito il menu, dividete le voci in prodotti freschi e conservati: questi ultimi possono essere inclusi direttamente nella prossima spesa. Riportate nella vostra agenda gli appuntamenti a cui volete partecipare, dalla recita di natale alla cena con i colleghi. Infine, nell’ultimo quadrante aggiungete indicazioni relative alle decorazioni, agli oggetti, come lo scotch, la carta da regalo, i biglietti di auguri, un nuovo set di luci per l’albero che rientrano fra gli acquisti immediati da fare, ma non mancate di indicare anche le persone a cui volete fare una telefonata di auguri.

3. Stabilite il budget
Una fra le principali fonti di stress legate al Natale riguarda la necessità di fare quadrare i conti. Se il vostro budget è limitato, stabilite quanto potete permettervi di spendere per i regali, senza dimenticare che fra le uscite delle feste figurano anche i pasti e gli extra, come le spese di trasporto e i divertimenti. Per rispettare i vincoli che avete stabilito, fate acquisti in contanti. Come hanno dimostrato numerosi studi, utilizzare una carta di credito fa spendere con più liberalità e questo a maggior ragione è vero quando ci si trova in situazioni di ansia (tipiche dello shopping natalizio) che stimolano acquisti di impulso. Uno studio della Purdue University, inoltre, mette in guardia anche dal semplice logo delle carte di credito: “Le persone spendono di più già davanti all’immagine che richiama la carta di credito, perché sono abituate ad associare in maniera condizionata l’acquisto a questo metodo di pagamento”. Un aiuto in più per attenersi al bugdet viene dalle app che tengono traccia delle spese, in cui potete inserire una lista dedicata ai regali con quelli già acquistati e quelli da fare, per ottenere il budget aggiornato in tempo reale.

4. Fate shopping in modo strategico
Iniziare a pensare per tempo alle feste ha il vantaggio di rendere i doni più pensati e originali. Oltre che meno costosi. Acquistate l’oggetto che pensate sia perfetto per una data persona subito, quando lo vedete. E mettetelo da parte.
Quando manca meno di un mese al Natale, programmate invece il vostro tempo: stabilite giorni e orari per lo shopping e, se potete, evitate di passare da un negozio all’altro in attesa dell’ispirazione, ma valutate la possibilità di fare acquisti multipli. Uno stesso regalo, infatti, può andare a destinatari diversi che non si conoscono e questo accorcia automaticamente la vostra lista di acquisti. Analogamente, se vi capita, comprate qualche extra, come una scatola di cioccolatini o una confezione di tè, verranno utili nel caso in cui abbiate dimenticato qualcuno o un conoscente si presentasse con un regalo inatteso. “Quando pensate ai regali oltre che a una valutazione di prezzo e di gusto, fate anche una valutazione degli spazi a disposizione di chi riceve il vostro pensiero. Un regalo ‘intangibile’ può donare un’esperienza forte ed indimenticabile, senza mettere sotto pressione i sistemi organizzativi. Un biglietto per il teatro, una giornata alla spa, un corso online: liberate la fantasia e cercate dei regali che non siano cose”, propone Toscani. Sfruttate la Rete per scoprire chi vende un prodotto che vi interessa, quali sono gli orari del negozio, se ha una sede più vicina a voi e se esistono alternative più economiche. Se invece fate shopping online, iniziate mesi prima e assolutamente non aspettate oltre la prima settimana di dicembre per non correre il rischio di veder recapitare il regalo in ritardo o di avere costi di spedizione più alti.

5. Definite le priorità
Non abbiate paura di cambiare programma: passate in rassegna l’agenda delle feste di Natale e valutate se esiste qualche aspetto che vi pesa più di altri. Potete by-passarlo o trovare un modo semplice per conviverci? Limitare le occasioni di stress, infatti, è uno step determinante nella gestione delle proprie giornate. Per esempio, se una delle ragioni di tensione fossero le feste in famiglia, confrontatevi con il vostro partner per trovare per tempo un accordo su come rapportarvi con la situazione, senza arrivare all’ultimo minuto che aggiunge stress allo stress. Potrebbe essere l’occasione anche per cominciare nuove tradizioni: Natale con gli amici, o in viaggio? Avvertite per tempo i parenti coinvolgendoli con entusiasmo nel progetto.
Arrivati a dicembre, invece, è ora di ridimensionare anche le aspettative: sono giornate piene di impegni ed è molto difficile rispondere sì a ogni invito. Individuate quelli a cui volete partecipare e organizzatevi per tempo nel caso in cui doveste contribuire alla festa.

6. Impacchettate i regali
Evitate di trovarvi la sera della vigilia con una montagna di regali sul tavolo e poca voglia di impacchettarli. Quando è disponibile, approfittate del servizio e fate incartare sul posto tutti i regali che avete acquistato. Se partite per tempo con gli acquisti, i pacchetti non saranno a tema natalizio: basterà aggiungere una coccarda o un nastro poco prima di consegnarli. Assicuratevi di avere sempre in casa carta da regalo, scotch e nastri, per evitare di dover uscire a comprare questi oggetti all’ultimo minuto. Appena terminate le Feste, approfittate delle svendite di carte, nastri e biglietti per organizzare le scorte per l’anno successivo. Quando la casa è già addobbata, se nella vostra famiglia nessuno crede più a Babbo Natale, fate dei regali una forma di decorazione: potete disporli sotto l’albero mano a mano che li incartate per dare un tono festoso alla casa.

7. Delegate
Non cadete nella trappola del perfezionismo: ci sono moltissime cose che si possono chiedere al proprio partner, ai nonni o anche ai figli, quando sono abbastanza grandi per aiutare. Innanzitutto, sedetevi con il vostro partner in un momento di tranquillità per valutare insieme come dividere i compiti in vista del countdown: i papà, infatti, sono perfettamente in grado di fare molto di più che recuperare semplicemente le scatole delle decorazioni dalla cantina. Potete proporgli di scandagliare la Rete in cerca di offerte. Chiedete ai nonni di contribuire con qualche ora nella cura dei nipoti, liberando del tempo per lo shopping, ma anche supervisionando momenti creativi con i più piccoli come realizzare bigliettini d’auguri per i regali. Una fra le cose che si possono delegare prima delle feste sono senza dubbio le pulizie: se non avete una persona che vi aiuta durante l’anno, fatevi un regalo e ingaggiate qualcuno che vi dia una mano ad alleggerire questo carico di lavoro, nei giorni che precedono il Natale. Se fosse fuori dal vostro budget, coinvolgete la famiglia in un “cleaning day”. Per dare un tocco allegro all’operazione, non fermatevi a cucinare, ma fatevi consegnare una pizza per il pranzo.

8. Decorate la casa
Anche qui si può iniziare per tempo: basti pensare che a Londra il famoso Selfridges in Oxford Street ha inaugurato il suo Christmas Shop già il 31 luglio, 147 giorni prima del Natale.
Ogni Paese e ogni famiglia ha le sue tradizioni, ma riservatevi del tempo da dedicare agli addobbi durante il fine settimana, per coinvolgere anche i bambini in un questo momento magico e creativo. Ricordate, però, che less is more. Evitate di sovraccaricare la vostra casa con l’intento di trasformarne il look. Piuttosto, utilizzate lo spazio lasciato vuoto nei contenitori dagli addobbi natalizi per riporre soprammobili, cornici e decorazioni che tenete normalmente su mobili e librerie. Una volta trascorse le feste, rimettete a loro posto gli oggetti che tenere in casa normalmente, liberando spazio nella scatola per le decorazioni. Approfittate di questo momento per eliminare le decorazioni che si sono rotte e non si possono aggiustare, come pure le luci che hanno smesso di funzionare. A proposito di luci, avvolgetele su un pezzo di cartone rigido come si fa con il filo da pesca, invece di arrotolarle semplicemente su se stesse, perché questo evita che si attorciglino rendendo difficoltose le operazioni il prossimo Natale.

9. Stendete il masterplan della tavola
Circa un mese prima del Natale potete iniziare a pensare a cosa volete portare in tavola, sia che abbiate ospiti sia se siete stati invitati. Un piano efficace contiene l’elenco delle portate, gli ingredienti che dovete procurare, divisi in due colonne – freschi e conservati -, i vini con cui volete accompagnare il cibo e gli attrezzi che possono servire per cucinare (se non li possedete) e, eventualmente, i complementi per apparecchiare e decorare la tavola. Con l’eccezione degli ingredienti freschi, comprate subito tutti gli altri prodotti: vini, bibite, cibi congelati e alimenti conservati. Se avete intenzione di cucinare qualcosa che si può congelare, approfittate dei primi fine settimana del mese per farlo e depennare queste voci dall’elenco. La settimana precedente la festa, assicuratevi di trovare il tempo per pulire e fare spazio in frigorifero, ma se possedete un balcone o un giardino sfruttateli per guadagnare spazio e per tenere naturalmente al fresco frutta, verdura e vini. Acquistate i prodotti freschi il giorno prima di cucinarli, approfittando degli orari con meno traffico come quelli di prima mattina o prima della chiusura del supermercato.

10. Rilassatevi
Anche se assomiglia di più a una maratona, ricordate che il Natale è una festa. Oltre a organizzarsi, il modo migliore per tenere a bada le occasioni di stress è cercare di conservare le proprie energie. Piccoli trucchi aiutano: semplificate i pasti nelle settimane che precedono il Natale, non ossessionatevi con un’idea di perfezione ideale, evitate di sovraccaricarvi all’ultimo minuto e cercate di andare a letto presto. Soprattutto, non mettetevi alla fine della lista, ma ritagliatevi del tempo per voi. “Chiedetevi cosa vi piacerebbe davvero fare durante le feste? Riposarvi di più o fare più attività? Dedicare più tempo ai bambini o leggere finalmente quel libro che ci hanno consigliato? Qualsiasi cosa desideriamo, fare se non la organizziamo probabilmente ci sfuggirà. Appuntiamo, dunque, su un foglio tre obiettivi e le azioni collegate, perché pensarli non è sufficiente. Per esempio, se vogliamo passare più tempo con i nostri figli, scegliamo insieme le cose che vogliamo fare”, invita Toscani. Se avete la sensazione che il tempo sotto le feste non vi basti, valutate tutte quelle attività – navigare sui social media, guardare animazioni o addormentarsi davanti alla tv – che rosicchiano minuti preziosi che potreste investire nel vostro benessere. Invertite la rotta.

 

Fonte: Repubblica.it

Rosso e make up: colore, seduzione e potere

«Il rosso è il grande chiarificatore: brillante, purificatore e rivelatore. Rende belli tutti gli altri colori. Non potrei mai stancarmi del rosso… sarebbe come stancarsi della persona che ami. Per tutta la vita ho inseguito il rosso perfetto. Dai pittori non riesco mai a farmelo preparare… Il rosso migliore si ottiene riproducendo il colore del berretto di un bambino in un qualunque ritratto rinascimentale. Quando sono arrivata in America, portavo queste unghie rosso molto scuro che a molti non piacevano, ma si sa che alcuni hanno da ridire sempre su tutto». Parola di Diana Vreeland, mitica direttrice di Vogue America e Harper’s Bazaar, nonché maestra e icona di stile, che proprio nella sua autobiografia, D.V, fa un elogio al rosso, colore che più di ogni altro l’ha attratta per tutta la vita tanto da non rinunciarvi fino all’ultimo giorno, indossato come smalto per le unghie, come rossetto e per l’arredo di casa. Colore di forte attrazione anche per un’altra grande regina dello stile, Coco Chanel che amava dire: «Il rosso è il colore della vita, del sangue, adoro il rosso», esortando e spronando le donne a utilizzarlo come arma di seduzione: «Se siete tristi, se avete un problema d’amore, truccatevi, mettevi il rossetto rosso e attaccate».

MAKE UP: SARÀ UN AUTUNNO ROSSO
“Applicare il rosso sul volto è il più antico dei gesti di bellezza ma ora lo si avverte come davvero nuovo. Il modo in cui lo applichiamo in questa stagione riflette il bisogno dei make up artist di rompere con i classici, riducendoli a semplici espressioni o reinterpretandoli con il colore”, spiega la make up artist Lyne Desnoyers. Perché il rosso è forse IL colore di stagione più cool per il make up, come si era avuto modo di vedere sulle passerelle autunno e inverno, la scorsa primavera e come diktat lanciato da make up artist e brand cosmetici, adesso. Ma attenzione, perché il rosso di stagione non è semplicemente rosso, è un colore camaleontico, suscettibile non solo di infinite sfumature ma anche di utilizzi inediti all’insegna della sperimentazione. “La stagione autunno e inverno 2017-18 reinterpreta uno dei colori classici, immaginando il cremisi del 21esimo secolo come il più delicato degli effetti forti. Ciò che è chiaro è che il rosso migra dal suo posizionamento tipico sulle labbra verso l’inusuale e l’espressionista”, fanno sapere dal brand Mac Cosmetics. Che lancia proprio “Rouged” come una delle principali directions reinterpretando la più classica e femminile delle tonalità make up: vengono infatti ripensati i toni dal rosa al cremisi grazie a posizionamenti, texture e tecniche inaspettati, le tonalità sature si usano per creare labbra dai contorni confusi, blush audaci e liner stridenti o pigmenti trasparenti che addolciscano il cremisi.

“Il rosso migra dal suo posizionamento tipico sulle labbra verso l’inusuale e l’espressionista”
“Le labbra rosse di questa stagione sono una ciano a macchia, una tinta sbaciucchiata – spiega la make up artist Val Garland -, non si tratta mai di un ‘rossetto’, si tratta di usare pennelli per ombretti per sfumare gli angoli al posto dei pennelli per labbra per raffinare la forma. Il mood è sexy ma irriverente… si tratta di un rosso ribelle”. Ma non solo labbra, perché il rosso viene utilizzato anche per creare dimensione, ad esempio su zigomi e palpebre, oltre che per dare colore alla pelle nella sua variante più trasparente, scelto tra deliziosi toni dallo scarlatto allo zucchero filato e applicato con estrema traslucenza. “Penso all’uso del blush per volumizzare la pelle – spiega la truccatrice Lyne Desnoyers -. Si tratta di usare il colore come una tecnica per illuminare… piccole migliorie che fanno la differenza”.

MA PERCHÉ IL ROSSO?
Un colore complesso, tra i più amati ma anche tra i più ambigui e suscettibile di reazioni contrastanti, perché sfacciato e multisfaccettato, difficile da ingabbiare in un’unica definizione, fosse anche “seduzione”. Perché, esattamente, cosa comunichiamo quando lo indossiamo, ad esempio, con gli abiti o con il trucco? Uno studio dell’Università di Manchester ha calcolato che gli uomini trascorrono 7,3 secondi a fissare la bocca di una donna che porta un rossetto rosso contro i 2,2 di una donna che invece non lo porta. Questo piccolo e singolo dato dimostra già di per sé il potere del rossetto rosso e, in senso più ampio, del colore rosso, soprattutto nel make up. Ma non solo, perché altri studi hanno messo in luce come questo sia non solo e semplicemente un colore, anche se il più ricco di sfumature, ma soprattutto un veicolatore di messaggi: in Cina è un portafortuna, in India e Nepal è il colore delle spose e in Giappone rappresenta felicità, salute, fortuna, protezione, fertilità e longevità. «Il colore rosso è probabilmente il più vivo sulla ruota dei colori, induce un senso di potere ed eccitazione – spiega la dott.ssa Brunella Gasperini, psicologa clinica -. Ma i colori sono caricati di significati culturali. Il rosso, che nella cultura cinese rappresenta buona fortuna e prosperità ad esempio, nella nostra ha più probabilità di essere associato alla sessualità. Rosso è il colore dell’amore, della passione, del sangue. Pensiamo al rossetto, alle rose rosse, alla biancheria rossa, ai film “a luce rossa”». Tesi supportata da alcuni studi di biologia che suggeriscono come il collegamento tra rosso e seduzione potrebbe affondare le sue radici nell’eredità biologica umana e non derivare esclusivamente dal condizionamento sociale. Per esempio, una carnagione rosea indicherebbe una funzionalità cardiovascolare ottimale e le motivazioni riproduttive per scegliere un partner in salute sono evidenti. Altri studi condotti negli Stati Uniti, in Europa e in Africa, riportati dal brand Shiseido, hanno dimostrato che il rosso, in confronto ad altri colori, porta inconsciamente gli uomini a considerare le donne che lo indossano più sensuali e desiderabili e le donne a indossarlo per suscitare una certa reazione nel sesso opposto. Tesi, questa, ulteriormente supportata da un altro studio, condotto dalla British Heart Foundation, secondo il quale la psicologia femminile associa il rosso all’idea di forza, motivazione, passione e fiducia e indossarlo significa sentirsi più sicure di se stesse.

 

ROSSO, IL COLORE FETICCIO DEL NUOVO POWER WOMAN
«Ma non è un talismano per la nostra seduttività – spiega ancora la dott.ssa Gasperini -. Si tratta di uno stimolo forte in grado di catturare la scena, e per questo utilizzato anche per segnalare pericoli imminenti, esprimere proteste, segnare errori. Ed è un colore molto versatile. Una donna che si appropria del rosso può voler esprimere carattere, comunicare indipendenza, emancipazione, forza, determinazione. Non necessariamente un appello sessuale». E questo è il messaggio lanciato anche da stilisti e make up artist dalle passerelle la scorsa primavera, durante la presentazione delle collezioni autunno e inverno, che hanno mescolato moda, bellezza e politica per riaffermare il potere delle donne (eravamo in pieno clima di protesta anti-trumpista) con il rosso scelto come affermazione di un nuovo empowerment femminile. Ecco allora red lips incarnare, secondo le parole del make up artist Yadim, “il potere di una donna su un uomo”. E quelle da lui realizzate per la sfilata di Jason Wu hanno rappresentato forse il make up lips più interessante: un rosso ottenuto mescolando, tamponando e stratificando diversi tipi di rossetti, rossi e arancioni, fino a ottenere una brillantezza inedita e un ancor più inedito sottotono ottanio. E per Lucia Pica, Chanel Global Creative Makeup and Colour Designer, che ha scelto proprio il rosso come tema della sua prima collezione realizzata per Chanel lo scorso anno, Le Rouge – Collection N.1, questo colore “evoca il potere della femminilità, ma anche la sua vulnerabilità. Il rosso è un colore intenso, vulnerabile, sensuale ed eterno”. Che tutte le donne dovrebbero indossare e avere nel guardaroba, secondo Helen Venables, esperta di colori e combinazioni cromatiche per House of Colour (agenzia specializzata nell’individuazione di sfumature adatte a ogni tipo di pelle), perché quello che si adatta meglio a ogni tipo di incarnato, dai più pallidi ai più scuri e perché dona forza e soprattutto un aspetto salubre a chi lo indossa.

PERCHÉ PIACE ALLE MILLENNIALS?
La rivista Elle France registra un dato: il rossetto rosso è stato adottato dalle millennials che ne hanno fatto il loro oggetto feticcio, portato preferibilmente con un look casual e liberandolo dal cliché rossetto rosso uguale femme fatale. “Il rossetto rosso è diventato moderno, una sorta di oggetto self-confident che va al di là del suo significato seduttivo – spiega a Elle France Lucille Gauthier dell’agenzia di tendenze Peclers -. Oltre a essere il colore della vitalità, per le millennials la bocca rossa mat si è imposta come un accessorio indispensabile che non ha bisogno d’altro, né di fondotinta né di capelli perfettamente in odine”. Una tendenza messa in luce qualche giorno fa anche da Vogue.com che ha segnalato il look di Emma Watson, la giovane attrice inglese da qualche tempo impegnata nella difesa dei diritti delle donne, fotografata con un rossetto rosso come unico elemento make up e un cappotto nero. Il titolo del servizio era: “Emma Watson Knows Why the Right Red Lip is a Feminist Force of Nature”.

 

Fonte: Repubblica.it

Il ritorno della tuta: da sportiva a elegante

La periferia finisce sempre in passerella. Sempre. Anche quando è brutta, sciatta, senza stile. Anzi, soprattutto quando è brutta, sciatta e senza stile. O almeno questo dimostra la storia della tuta sportiva, da tutti chiamata ‘da ginnastica’, ieri emblema della sciatteria da sobborgo urbano, oggi simbolo massimo di tendenza patinata. Giacca con zip e cappuccio più pantaloni con elastici in vita, bande ai lati e aperture sul fondo: la tuta è un capolavoro di comodità, per molti un obbrobrio di eleganza, per tutti un fatto di moda. Sono infatti tanti gli stilisti che l’hanno rivalutata in passerella nell’autunno inverno 2017. E sono tanti, anzi tantissimi quelli che l’hanno utilizzata per la primavera estate 2018. La sua storia nasce nel 1919, passa per lo sport tra le due Grandi Guerre, prende una scorciatoia musicale negli anni Settanta/Ottanta per arrivare prima tra star e celebrity e poi raggiungere finalmente il traguardo impensabile, le sfilate di moda. Ma come è successo?

Tuta da lavoro: l’inizio di un mito
Si deve al Movimento Futurista l’ideazione della prima tuta: è il 1919 e l’artista Thayat insieme al fratello Ram inventano la ‘Tu-Ta’, capo d’abbigliamento che infrange i codici borghesi del vestire con un pezzo composto da un solo elemento a forma di T che rende tutti uguali (in francese tout-de-même, termine che poi si contrae in ‘tuta’).

Nel 1919 l’artista Thayat col fratello Ram inventano la ‘Tu-Ta’, capo d’abbigliamento che infrange i codici borghesi
Nel 1923 arriva Varst, tuta operaia pensata da Aleksandr Rodchenko con la moglie Varvara Stepanova. La tuta sportiva Adidas, modello diventato un archetipo del vestire contemporaneo, nasce nel 1965 e adotta ai lati di gambe e braccia le famose tre bande della multinazionale sportiva.

La tuta tra musica, cinema e star
Dalla fine degli anni Settanta fino a tutti gli Ottanta, sarà l’hip-hop americano a trasformare la tuta in un capo culto indossato da celebrità, musicisti e artisti. Il cinema fa ovviamente la sua parte: nel 1973, Bruce Lee sceglie una tuta gialla con strisce nere in L’ultimo combattimento di Chen; e nel 2001 Ben Stiller la vuole come divisa nella pellicola-culto I Tenenbaum girata da Wes Anderson; e nel 2003 Uma Thurman porta un modello simile a quello di Bruce Lee in Kill Bill di Quentin Tarantino.

La tuta oggi: dalle periferie alla passerella
Diventata emblema del vestire comodo e rilassato, la tuta sportiva passa dalle periferie delle grandi città alle passerelle in due fasi. Ieri grazie al marchio americano Juicy Couture, che la propone con grande successo in una versione di ciniglia, indossata da tantissime dive nei momenti di relax. Oggi con i grandi stilisti che la mettono in passerella per l’autunno inverno 2017/18 e per la primavera estate 2018: Marc Jacobs, Chloé, Gucci, Miu Miu, Sacai, Vetements fino ai più nuovi Fenty di Rihanna per Puma e Palm Angels. Per arrivare alla versione ‘couture’ di Pierpaolo Piccioli che per la collezione Cruise 2018 di Valentino l’arricchisce con lavorazioni d’alta moda.

Perché ci vestiremo con la tuta da ginnastica
Non ci sono dubbi: tutti gli stilisti di oggi hanno un’ossessione per la tuta, capo d’abbigliamento improvvisamente presente su tutte le passerelle. “Il fatto è spiegabile soprattutto per l’ossessione generale per la forma fisica”, racconta Sofia Gnoli, docente di Storia della Moda all’Università La Sapienza di Roma. “Dopo l’hip-hop, infatti, la tuta è tornata di tendenza per il suo legame simbolico con lo sport”.

“La tuta rappresenta un crash visivo per la moda contemporanea”
“Non va dimenticato che la tuta rappresenta un crash visivo per la moda contemporanea”, aggiunge Maria Luisa Frisa, critico di moda, curatore e docente allo Iuav di Venezia. “Questo capo, infatti, riesce a rendere informale e più giovane tutto il guardaroba tradizionale. Aggiungendo un’aspetto piùquotidiano e più contemporaneo all’abbigliamento formale”.

 

Fonte: Repubblica.it

Capelli: i tagli e i look per l’autunno e inverno 2017-18

Maschile e femminile si sovrappongono e si intersecano, influenzati da reminiscenze derivanti dal passato che rivivono e descrivono una nuova contemporaneità caratterizzata sempre più dal bisogno di personalizzare delineando una bellezza univoca, che si nutre di codici standardizzati ma interpretati in chiave del tutto personalistica. «Non esistono due codici genetici identici e non esistono due volti identici e con i medesimi colori. Un buon taglio, un buon colore e una buona piega vanno sempre studiati e creati per ogni cliente, rispettandone e valorizzandone l’unicità», sottolinea Toni Pellegrino, direttore creativo dell’hair brand The Best Club by Wella. E questo vale soprattutto per i tagli corti, must have per l’autunno e inverno, mai abbandonati in realtà ma che in certi momenti tornano a dominare, quasi a voler sottolineare, suggeriamo noi, momenti di profondo cambiamento durante i quali la femminilità si rimette in gioco, tesa in uno sforzo di delineazione di nuovi codici ma restando fedele al passato, al classico che rimane come base solida da cui partire per delineare una nuova estetica, più in linea con il sentire comune.

GENTLEWOMAN, LA NUOVA FEMMINILITÀ
E in questo momento in cui si fa largo il gender free, gli hair stylist suggeriscono un’estetica più soft, che vede convivere i due generi in quello che il brand Framesi ha descritto come “gentlewoman”. Un nuovo modo di interpretare i codici maschili, in chiave utilitaristica e in senso inverso rispetto a quello che comunemente si tenderebbe a credere: per affermare ancor più il carattere e i codici estetici femminili si utilizzano quelli maschili. E cosa più di un corto boyish, à la garçonne ma ingentilito da ciocche free e leggermente wavy? Su questo versante si muovono molti hair brand, che per le loro collezioni hanno pensato a corti in versione pixie e soprattutto bowl cut a volte iper-grafici, per definire una sensualità strong e senza compromessi. Come Compagnia della Bellezza capace di fondere un taglio di derivazione sixties con uno stile boyish in versione mossa e curly.

IL NUOVO ROMANTIC MOOD
Spesso, come nella collezione James Hair Fashion Club, firmata da James Longagnani, tagli, colori e acconciature si incontrano in uno stile in cui maschile e femminile si influenzano e si confondono dando origine a un’estetica d’avanguardia, dal sapore nordico e romantico, con nuovi hairstyle seducenti e intensi come autentici ritratti artistici. Mentre piccoli touch come frange frastagliate e sconnesse riescono a dare un mood up to date: frangette cortissime e ribelli, basette under cut o importanti che incorniciano il viso e mettono in risalto i lineamenti. O ancora fringe iper-lineari che sfiorano gli occhi accompagnate da sfilature estreme sulla nuca. Look che definiscono alla perfezione un’altra keyword di stagione: tomboy, un look scanzonato che anche l’hair-guru dei fashion show Guido Palau ha voluto delineare per le modelle della sfilata Christian Dior, con onde morbidissime e tagli corti sempre ingentiliti da movimenti dolci ma “imprigionati” sotto baschetti neri.

BOYISH
Non mancano soluzioni all’insegna del maschile più autentico, come quelle proposte da Schwarzkopf che con il look Out of Shape della collezione The Ikonic Collection, rivisita la scena musicale New Wave che affonda le sue origini nel punk e nell’elettronic catturandone l’essenza di entrambi e dando vita a corti gender-bender dalle forme avanguardiste, con multistrati che donano profondità multidimensionale e colori che tendono al sintetico e allo sperimentale: biondi double ton, bianchi ultra-white e rossi rivoluzionari. Dalla stessa elettrizzante energia da cui sono nati generi come il punk e il grunge, invece, sempre Schwarzkopf Professional ha preso ispirazione per il trend Electric Youth, con hairlook che incarnano perfettamente la cultura tribale ma con un approccio wild. Un trend lontano dai tagli e dalle colorazioni classiche che abbraccia look anticonformisti e all’avanguardia, basato su contrasti di lunghezze e forme, mixati a texture ruvide e colori fosforescenti, biondi, pastello e toni soft biscotto, albicocca e dorati. Infine, non mancano cut all’insegna del “classico” in chiave rock, dal finish very sleek.

 

 

Fonte: Repubblica.it