Le sneakers da running sono le nuove décolletées?

Grandi, grosse e comode. Si può riassumere così la radiografia delle sneakers di tendenza. Oggi ufficialmente sdoganate dagli stilisti che le propongono come scarpe da indossare con abiti chic. Da alcune stagioni i modelli di sneakers da running hanno subito un’impennata nei gusti delle modaiole.

Osservando le immagini di street style capita spesso di vedere queste scarpe ultra tecniche, di solito riservate agli amanti della corsa, abbinate ad outfit di tendenza. E proprio il successo del running come disciplina sportiva è parte in causa. Quando si indossa una scarpa da running tutti i giorni per correre si nota subito il comfort. E quindi viene naturale pensare di adottarle anche per le “maratone” di shopping con le amiche o per le giornate all’aria aperta con il fidanzato.

E così pian piano le scarpe da running sono diventate delle habituée del nostro guardaroba, Se ne sono accorti anche gli stilisti da Louis Vuitton, che ha proposto grosse sneakers tecniche in passerella dedicandole alle donne che non temono look troppo giovanili, a Demna Gvasalia per Balenciaga. La sua Speed Knit Trainer, scarpa da ginnastica a calza, è costantemente sold out. Proprio come spopolano le Yeezy disegnate da Kanye West per Nike.

La scarpa da ginnastica è democratica e oggi viene indossata indifferentemente a tutte le età. È diventato un capo base del guadaroba come la petite robe noire o il jeans. Inoltre è molto confortevole e sposa il concetto moderno che una donna può essere bella ed elegante anche senza soffrire su tacchi altissimi.

Negli anni 90 la sneaker faceva parte della cultura pop della strada ed era un simbolo di ribellione e trasgressione per chi la indossava. Non a caso i giovani se ne sono impossessati. Oggi il mood è totalmente diverso: non c’è nulla di più chic di una donna che indossa un paio di sneakers con raffinatezza. Piiù è tecnica, grossa, con suole futuristiche, più è cool. E dalle Huarache alle Air Max Thea di Nike, passando per le Superstar di Adidas o le Pump di Reebok è davvero impossibile non trovare il modello giusto per noi. basta poi sapere come abbinarla ai nostri outfit. Ecco qualche consiglio.

Una scelta spesso adottata dalle giornaliste di moda che presenziano alle sfilate. Con il nero totale la sneakers diventa immediatamente una scarpa chic. Funziona anche un total look di altri colori (rosa, rosso, verde o blu): in questo caso lo scopo è far risaltare la sneaker con i suoi colori tecnici.

Con la gonna a metà polpaccio
Le sneakers da running sono le nuove décolletées?
Quello che abbiamo sempre considerato un “fashion faux pas” ovvero un passo falso nello stile, oggi è il massimo del trend. Non preoccupatevi che questo look vi faccia sembrare una suorina laica. In realtà se scegliete bene la gonna sarà un successo. Due le opzioni: un modello dritto e nero (perfetto per l’ufficio) va però svegliato da una giacca colorata e da calzine femminili. Oppure scegliete una gonna in stoffa leggera e un po’ luccicante, a stampa, floreale o scozzese ma nei colori pastello, il risultato sarà molto giovanile. L’importante è che segniate sempre bene il punto vita con una cintura in modo da delineare la linea.

Con un tailleur
Le sneakers da running sono le nuove décolletées?
Ricordate Melanie Griffith in Una donna in carriera? Raccontava le lavoratrici degli anni 80 che vivevano in tailleur e infilavano le scarpe da ginnastica una volta uscite dall’ufficio per correre a casa nel traffico cittadino. Ecco oggi il concetto è un altro: la sneaker è la scarpa da ufficio, quella che regala un twist in più al solito tailleur. Più il completo è lineare, definito più la scarpa deve osare nelle misure e nella suola. Perfetta con i tailleur colorati e a stampa tanto di moda questo inverno.

Con un abito da sera
Le sneakers da running sono le nuove décolletées?
Impossibile? Nulla è impossibile nella moda, ormai dovreste averlo capito. E così ora la sneaker tecnica diventa anche scarpetta da ballo. Il trucco è scegliere un abito lungo, iperfemminile, che si faccia notare per il colore o la stoffa brillante. Dovete indossarlo con aria sicura, gioielli importanti, trucco e capelli perfetti. L’unica nota “stonata” devono essere le scarpe che così renderanno unico il vostro look.

Con un pantalone ampio e un cappotto
Le sneakers da running sono le nuove décolletées?
Ispiratevi alle silhouette di Helmut Lang e agli anni 90, che vivono un grande ritorno. Il pantalone ampio, elegante e un maxi cappotto diventano molto chic con un paio di sneaker. Meglio ancora se abbinati a un dolcevita nero. Il cappotto potete portarlo appoggiato alle spalle come fanno le influencer. Di più: provate questo outfit con un pantalone ampio in velluto liscio, altro grande trend di questo inverno. Il contrasto di materiali sarà perfetto.

 

Fonte: Repubblica.it 

Intossicati dal fitness: se la passione diventa ossessione, come uscirne?

In Europa, stando ai dati internazionali rivelati quest’anno a Rimini Wellness, il fitness è un business che genera il 2% del Pil Ue; in Italia rappresenta un affare da 14 miliardi di euro che coinvolge 18 milioni di persone (dati FitBit). Non stupisce, dunque, che palestre sempre più attrezzate e con orari non-stop spuntino come funghi, coinvolgendo persino gli interessi di star come Madonna, che nelle sue sale da fitness Hard Candy di recente ha addirittura portato un allenamento “Addicted to sweat”, ispirato al mondo del Bondage.

E mentre ragazze “star” di Instagram propongono esercizi per scolpire addominali e glutei ispirando ogni giorni milioni di persone (la regina del “model fitness” è la venezuelana Michelle “The body” Lewin, con oltre 12 milioni di followers su Instagram), l’overtraining o sindrome da sovrallenamento è ormai un problema riconosciuto, al punto che uno studio Usa, battezzato Cardia (Coronary Artery Risk Development in Young Adult Study) e condotto analizzando i comportamenti di migliaia di persone per oltre 25 anni, ha dimostrato che gli uomini che praticano attività fisica per più di 7 ore e mezza a settimana corrono un rischio dell’86% più alto della media di accumulare depositi di calcio nelle arterie coronarie. Dell’intossicazione da fitness abbiamo parlato con la la psichiatra e psicoanalista Adelia Lucattini, facendoci spiegare come uscirne. In sette mosse.

1. Focalizza il problema: come capire se sei una gymaholic
Come ogni attività anche lo sport, qualora inizi a occupare troppo spazio nella mente e a condizionare pensieri e vita quotidiana, può generare ‘intossicazione’, o addirittura una vera e propria dipendenza. “Il termine inglese che rappresenta meglio questo processo di lento scivolamento dal piacere di fare attività fisica alla vera e propria intossicazione, spiega Lucattini, è gymaholic (ubriaco di palestra), che può portare a diventare gym-addicted o fitness-addicted. Il fenomeno è conosciuto da tempo ma ha avuto un aumento esponenziale col moltiplicarsi dei corsi online di fitness e persino di body-building, che in alcuni casi finiscono per sovrapporsi e confondersi. I corsi online sono sponsorizzati da importanti marche di abbigliamento per lo sport, case che producono integratori acquistabili anche online ma che andrebbero assunti sotto controllo medico, perché ad alto dosaggio possono risultare dannosi per l’organismo”.

Il primo passo è insomma quello di avere consapevolezza che si è andati oltre il normale allenamento o la passione per lo sport. “I primi segnali sono i malesseri fisici, dolori ai tendini e ai muscoli, quindi” continua l’esperta, “una necessità ingovernabile di dedicarsi al fitness ogni giorno, più volte al giorno, compresi i giorni di festa, sacrificando gli amici, la famiglia e il lavoro”. Persino alcuni importanti personal-trainer sono caduti in questa forma di dipendenza, nonostante che per loro si trattasse di una professione, e per primi hanno cominciato a porsi il problema dell’impatto psicologico del sovrallenamento sui propri “followers” e del messaggio trasmesso. Zanna Van Dijk, blogger e fitness-influencer, scrive che il suo modello vuole essere basato sull’ “equilibrio e la sostenibilità” dell’allenamento. Un modello, quindi, positivo e incentivante.
I campanelli d’allarme insomma sono tanti, alcuni quasi inavvertiti, dai piccoli traumi alla depressione del sabato e della domenica, che viene compensata andando ad allenarsi anche nel week-end, magari proprio per incontrare gli amici della palestra. “Un altro campanello di allarme” continua Lucattini, “è il desiderio di postare tutti i piccoli miglioramenti sui social; un altro ancora è il fatto di cambiare alimentazione senza consultare un nutrizionista, cercando su internet come migliorare il proprio rendimento. Un importante campanello d’allarme, inoltre, sono i disturbi del sonno, soprattutto insonnia, ma qualche volta anche improvvisi colpi di sonno da ipoglicemia, da calo improvviso degli zuccheri nel sangue o da alterazione del metabolismo del surrene”.

2. Fatti seguire da un personal trainer
“Una costante attività fisica” spiega Lucattini, purché fatta con preparatori atletici laureati e dietro indicazione del medico sportivo, che dia un indirizzo sui programmi personalizzati e nella preparazione delle schede tecniche, permette di mantenere il tono muscolare, di prevenire le malattie articolari, di compensare la sedentarietà della vita quotidiana e indubbiamente induce un grande benessere psicologico, sia su una base neuroendocrina, per la produzione di endorfine, sia per la pratica stessa di una disciplina che organizza la giornata (timing). Al tempo stesso, favorisce un migliore contenimento delle emozioni e dell’impulsività. Praticare una disciplina con costanza, e ricevere il benessere fisico a essa associato, vedendo i risultati, migliora l’autostima e aiuta a affrontare meglio le insicurezze, anche a partire dal corpo. Con la guida di personal trainer esperti e attraverso un’informazione corretta è possibile intercettare subito i primi segnali ed evitare di cadere in un over-use ovvero in uno sforzo eccessivo o in una dipendenza”.
3. Ridimensiona i tuoi idoli
“Negli adolescenti che hanno un problema naturale con l’immagine corporea perché si stanno adattando alla trasformazione del fisico e della mente, specie se insicuri e depressi, il miraggio di una trasformazione “fai da te”, verso un ideale di fisicità proposto dai media, può attecchire. Per questo si affidano ai nomi famosi che furoreggiano sui social, con immagini trasformate con photoshop, “posate” o scattate da professionisti. Questi personaggi però non sono mai come appaiono nelle foto o nei video, bensì gestiti da social manager ed esperti del settore, fotografi e videomaker, che sanno come riprendere le immagini, montarle e proporle”, spiega Lucattini.

4. Non prendere “scorciatoie”
“Tra i 25 e i 35 anni” continua l’esperta, “quando c’è una naturale trasformazione del corpo (anche se non si può parlare di invecchiamento), il miraggio è invece quello di ottenere dei risultati eccezionalmente efficaci in tempi rapidi, con l’aiuto di un esercizio fisico molto stressante, forte e dopante associato all’uso di integratori alimentari e non di rado anche degli ormoni, benché non legali. Il pericolo è su due fronti, fisico e psicologico: fisico perché il sovraccarico da allenamento può provocare fratture, strappi muscolari, ipoglicemia, perdita di peso eccessiva; psicologico per il rischio di depressione da esaurimento metabolico, che spesso viene compensata con l’uso di sostanze psicostimolanti, eccitanti e anche anfetaminosimili, nate per patologie specifiche e che sul mercato illegale causano un down importante fino alla depressione da fatica”.

5. Allontanati dai social
Studi recenti hanno dimostrato che l’arrivo dei social in palestra e a casa ha fatto aumentare in modo consistente il numero di coloro che praticano fitness e quindi anche, percentualmente, di coloro che ne diventano dipendenti. “Non va sottovalutato che le dipendenze da attività fisica e da social possono sommarsi ed è quindi poi difficile capire chi potenzia che cosa. Il bisogno di apparire” spiega Lucattini, “potenzia quello di allenarsi, e la fatica e gli sforzi per raggiungere una certa forma fisica fanno aumentare il bisogno di postare sul web. Ogni passaggio delle proprie giornate è fissato e pubblicato per verificare il riscontro che ottiene. Il fenomeno è preoccupante e credo che sia legato all’aumento, in parallelo, dei disturbi alimentari, anche tra i maschi adulti”.

6. Consulta uno psicoterapeuta
Gli over 50 e gli over 60 che si dedicano al fitness, anche “estremo”, sono in aumento e rappresentano una nuova fascia di mercato. “A questa età è bene dedicarsi a un’attività più leggera e costante, se mai crescente, con la guida di un medico sportivo e sotto la lente di ingrandimento dell’ortopedico, del nutrizionista e possibilmente di uno psicoterapeuta, che aiuti ad affrontare nuove fasi della vita, la piena maturità fisica e mentale, la riscoperta del corpo e della sessualità”.

7. Coltiva piccole, costanti, buone abitudini
“Nel suo libro-biografia, Nerio Alessandri, promotore planetario della cultura del movimento e dell’esercizio fisico, dichiara che siamo “nati per muoverci”. Ben prima Giovenale, nelle Satire, aveva scritto che una “Mens sana” si trova solo in un “corpore sano”. Acquisire buone abitudini, alimentari e fisiche, e coltivarle ogni giorno con costanza e a piccole dosi, è dunque il modo migliore per disintossicarsi”, conclude Lucattini. D’altro canto, donne come Elle MacPherson, che a 53 anni è incredibilmente in forma, e Rosie Huntington-Whiteley, non si sono mai dedicate a un’attività fisica stressante e sono le prime ad aver svelato che la “formula magica” è “nove ore di sonno, tre pasti regolari con carne e verdura, riso e frutta ogni giorno”. Perché la bellezza è soprattutto il frutto dell’equilibrio.

 

Fonte: Repubblica.it

Addio tristezza: ecco come sentirti più felice

Siamo continuamente bombardati da messaggi mediatici che ci dicono che possiamo essere felici solo a determinate condizioni: se siamo magre, in coppia, con un lavoro di successo… Questo ci porta inconsciamente a rincorrere modelli che forse non ci appartengono, ma a cui aspiriamo solo perché gli altri lo fanno, solo perché sono largamente condivisi. In realtà la felicità è intima e personale e ognuno di noi può esserlo se veramente scopre quello che desidera nel profondo. Ne parliamo con il life coach Alessandro Cozzolino che ci spiega perché e cos’è che ci fa sentire infelici, come invertire questa tendenza, liberandoci dall’omologazione e puntando agli obiettivi che veramente ci rendono gioiosi e appagati.

Da dove nasce quella sensazione di infelicità che può inficiare il nostro umore?
“Il nemico peggiore della nostra felicità siamo noi stessi. Un po’ perché siamo stati indotti e abituati a guardare sempre prima gli altri e un po’ perché abbiamo difficoltà a osservarci nel nostro profondo. Il paragone è continuo, costante. Quella cosa è meglio di quell’altra, lei è più magra di me, lui ha più soldi me, eccetera. Nessuno ci ha mai detto che in realtà siamo tutti su una scala: se guardi in alto vedrai chi è più su di te, se guardi in basso troverai coloro che sono al di sotto. Inoltre, la cosa tanto assurda quanto ridicola è che la felicità pare si nasconda in un insieme di regole e se non le segui non potrai mai sperimentarla, come ho scritto nel mio ebook “Per essere felici ci vogliono le palle!”. Viviamo in un mondo in cui per essere appagati, ad esempio, dobbiamo avere una casa bella, un corpo mozzafiato e una personalità sicura e accattivante. Dopo una certa età dobbiamo godere di un matrimonio che va a gonfie vele, con dei figli che a nove anni parlano già inglese e cinese meglio dell’italiano; inoltre dobbiamo lavorare e produrre il più possibile. Siamo diventati la società del “fare” e ci siamo completamente dimenticati di “essere”. E allora non c’è da stupirsi se siamo depressi e se sentiamo dentro un vuoto interiore che cresce sempre di più. Vale molto di più ciò che gli altri pensano di noi e ciò che la società ci impone di seguire, che non quello che siamo e vogliamo davvero. Essere felici è la nostra natura, è un nostro diritto, ma ce ne siamo dimenticati. Pensiamo che la felicità sia qualcosa da “acquistare”, da “rimorchiare”, da “noleggiare”. Invece è come un muscolo, va solo allenato. E il miglior allenatore è la nostra interiorità, così come il nostro miglior maestro è il nostro ultimo errore”.

 

Perché e quando ci sentiamo infelici?
“Accade quando diamo spazio all’ego e gli permettiamo di guidare le nostre vite. È l’ego che vive in ciascuno di noi la causa principale della nostra scontentezza, perché è quella parte di noi sempre inappagata, mai contenta né soddisfatta, se non per pochissimo tempo. L’ego è un giudice che non smette mai di sentenziare, spesso in senso negativo, facendoci sentire che non siamo all’altezza e che non siamo mai abbastanza. Inoltre spesso dà importanza a cose, eventi e persone più del dovuto, creando attaccamenti e dipendenze, completamente ignaro della natura impermanente di tutto ciò che esiste e che viviamo. È sempre l’ego che si attacca al passato e che guarda con ansia al futuro, allontanandoci puntualmente dall’attimo presente, l’unico vero momento esistente e l’unica vera opportunità per essere felici. Insomma ci sentiamo infelici quando gli lasciamo fare tutto questo. La bella notizia, però, è che noi non siamo il nostro ego. L’ego è figlio di costruzioni mentali imposte e indotte con cui siamo cresciuti, non con cui siamo nati, pertanto non è ciò che siamo interiormente”.

L’infelicità è una cosa che accade o una scelta?
“Molti di noi vogliono tutto, subito e senza sforzo, il che è praticamente impossibile, nonché innaturale. Non avendo né la voglia né il coraggio di prendere in mano le redini della propria vita, finiscono puntualmente con l’essere infelici, che è la strada più breve e più comoda che tutti intraprendono e di cui poi tutti si lamentano. Ci sono sicuramente cose ed eventi che ci arrecano dolore e sono ineludibili. Fanno parte di quel pacchetto che chiamiamo vita, ma non sono mai insormontabili. Ciò che accade fuori non è mai responsabile del nostro stato d’animo interiore. Il vero e unico responsabile è il nostro atteggiamento mentale nei confronti di ciò che accade. Ecco perché nel Coaching alleniamo la mente a pensare in maniera diversa, più efficace. Cambiando la qualità dei nostri pensieri, trasformiamo automaticamente la qualità della nostra vita. Perché, a conti fatti, la vita accade nella nostra testa. Sono le nostre percezioni a creare la realtà, e non viceversa. Pertanto occorre essere consapevoli del fatto che il più delle volte la nostra mente ci mente, ci inganna. Quindi c’è una scelta da compiere ogni singolo istante della nostra estistenza: o lasciamo che i pensieri ci governino o decidiamo di dirigerli. E questa è una decisione che ti cambia la vita”.

Quanto influiscono i modelli di felicità proposti dai media?
“I media sin da bambini ci hanno indotto a credere che difficilmente saremmo stati felici senza quel prodotto, quella bibita, quell’oggetto. L’errore più comunemente commesso è credere che la felicità sia quella descritta proprio in tutti questi messaggi con cui siamo cresciuti. Ecco perché la maggior parte di noi è tutto tranne che felice. La felicità vera e propria è qualcosa di estremamente personale. Tu e solo tu sai qual è la tua”.

Perché si fa così fatica a liberarsi dai modelli di felicità imposti e trovare la capacità di guardarsi dentro per scoprire quello che realmente vogliamo?
“L’essere umano è un animale sociale a cui piace il branco pertanto è incline a seguire, per sua natura, la massa. Facciamo tutti le stesse cose solo per timore di essere etichettati come strani, diversi. Eppure, a ben guardare, non sono pochi quelli strani e diversi che sono davvero felici per ciò che sono. La gente ha paura di guardarsi dentro. Ha paura di ciò che non conosce. Meglio quel prodotto X o quella marca Y sponsorizzata in TV che tutti hanno. È più facile e veloce comprare qualcosa per possederla e sembrare di essere qualcuno, che lavorare su stessi per diventare e far emergere ciò che si è davvero. Peccato che facile non sia sempre sinonimo di felice e veloce non sia sinonimo di duraturo”.

 

Qual è il modo per invertire questa tendenza ed evitare di cadere nelle trappole dell’infelicità?
“Disimparare è molto più difficile che imparare. Se siamo stati cresciuti con certe idee, convinzioni e paradigmi mentali, è necessario iniziare a metterli in discussione, a pensare (e quindi ad agire) in maniera diversa, nuova. Occorre quindi un “allenamento” della mente. In primis, è fondamentale ridimensionare l’idea secondo cui ci manca sempre qualcosa per essere pienamente felici. L’essere umano nasce già felice, semplicemente perché nasce in amore. La parola amore viene dal latino amors (a-mors), letteralmente “senza morte”. Noi non solo ce ne siamo completamente dimenticati, ma ne abbiamo anche spietatamente deturpato il significato. L’amore vogliamo trovarlo, riceverlo e mantenerlo. Ma non funziona così. L’amore è un verbo, si fa. Non è una cosa che si cerca, si compra, si trova, si baratta. L’amore, a differenza dell’ego, è la nostra vera natura. È già dentro di noi, occorre solo lasciarlo emergere e fluire. In primo luogo verso noi stessi e poi verso il prossimo. Si crede erroneamente che l’amore possa o debba esistere solo ed esclusivamente in presenza di un partner, di una famiglia, di figli a cui donarlo. E questo è un gravissimo sbaglio. L’amore è quella parte di noi che andrebbe condivisa con tutti, perché è lo strumento attraverso il quale ciascuno di noi per un istante diventa immortale. Provate a sorridere a uno sconosciuto, a fare un gesto di cuore a casaccio, a distribuire complimenti e parole gentili a chiunque abbiate intorno a voi, o anche semplicemente a ringraziare alzando la mano in segno di riconoscimento quando qualcuno vi cede la precedenza in strada. Provate e riprovate. Ma senza aspettative di ritorno. Fatelo e basta. Poi vedrete da soli l’effetto che fa”.

Come si fa a scoprire cosa ci rende veramente felici?
“La maggior parte delle persone delega qualcun altro a decidere per sé e per la propria felicità oppure copia e imita ciò che ritiene abbia reso felice qualcun altro. Ecco perché in giro c’è tanta infelicità. La felicità, invece, consiste proprio nello scoprire cosa ci rende felici. È un percorso, non una destinazione. E soltanto noi in prima persona possiamo percorrerlo. Non possiamo sperimentare la felicità seguendo le indicazioni di qualcun altro. Ai miei clienti ripeto sempre: “Non date ascolto a chi vi dice cosa fare per essere felici. Ascoltate voi stessi. Solo e soltanto voi sapete cos’è meglio e più giusto per la vostra felicità”. Le nostre emozioni sono un’ottima bussola e inequivocabilmente ci indicano se siamo sulla strada giusta o no. Sperimentare, mettere un po’ di disordine nell’ordine della routine quotidiana, cambiare meta, scoprire il mondo facendo cose diverse tutti i giorni. Solo così possiamo liberare la felicità che è dentro di noi”.

Nella pratica come si fanno emergere e si realizzano gli obiettivi che ci rendono felici?
“Zittire quel nostro cattivissimo giudice interiore che puntualmente ci offende, ci mortifica, fa paragoni e ci umilia è la condizione necessaria per dar voce alla nostra naturale interiorità che sa indicarci il cammino. La maggior parte di noi non è e non fa ciò che davvero desidera. Si limita a essere e a fare ciò che gli altri (i genitori, la società, il marito, la compagna, il capo, la religione…) vogliono che sia e che faccia. E quando fai le cose solo per piacere agli altri e per compiacerli, il più delle volte sono tutti felici e contenti. Tranne te. Occorre iniziare a dialogare interiormente in maniera più efficace e soprattutto più gentile. L’ego spara sentenze in continuazione, non di rado proprio contro noi stessi. Ci soffermiamo più sui nostri limiti o difetti che non sulle nostre qualità. E quando improvvisamente ci balena per la testa l’idea di raggiungere un certo obiettivo, i primi a tarparci le ali siamo proprio noi. Inventiamo scuse, ci raccontiamo bugie, solo per restare in quella “zona di comfort” in cui sguazziamo, ma che di confortevole, a ben vedere, non ha proprio alcunché.

Seguire ciò che ci emoziona deve essere la priorità. È lì il segreto. Poi poco importa se gli altri approveranno o meno, gradiranno o meno, ci sosterranno o meno. Il vero successo non è quello che fa felice il pubblico, grande o piccolo che sia. Il vero successo è la capacità di far succedere le cose. Ecco perché occorre chiedersi: “Cosa mi piace davvero?” “Cosa mi emoziona?”, “Cosa mi fa gioire?”, “Cos’è quell’energia che ho dentro che non vede l’ora di emergere fuori?”, “In che modo posso realizzarla e realizzarmi?”. Ognuno ha la risposta per sé. Eppure i più, disgraziatamente, hanno paura di ascoltarla. Forse solo perché non sanno che in realtà non c’è mai motivo di aver paura della paura. In effetti, riflettici: o ti salva la vita o è una bugia”.

 

Fonte: Repubblica.it

Da Sharon Stone a Madonna e Simon LeBon: le star che compiono 60 anni nel 2018

Bellissima, luminosa, Sharon Stone compie 60 anni nel 2018 e sfata ogni mito sul fascino nella terza età. La diva è perfino più affascinante oggi di ieri, forse anche perché più appagata dal successo, i figli e il grande impegno benefico. Interrogata su quali sono i suoi segreti di bellezza (lei giura di non essersi sottoposta alla chirurgia estetica) la Stone racconta di seguire una dieta a base di proteine, frutta e verdura e di seguire sempre il consiglio della madre di mettere la crema idratante sul viso due volte al giorno. Sharon, comunque, non è l’unica star a compiere 60 anni nel nuovo anno. Con lei ci sono alcune delle donne più affascinanti dello spettacolo come Michelle Pfeiffer, Andie MacDowell, Annette Bening e l’icona Madonna. Mentre tra gli uomini abbiamo Simon LeBon, Viggo Mortensen, Il principe Alberto di Monaco. Una curiosità: mediamente le donne sono decisamente più in forma degli uomini. Guardali tutti in questa gallery celebrativa

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Natale 2017

La corsa ai regali è iniziata ma il modo migliore per non farsi stressare dalla ricerca del dono perfetto è quella di organizzarsi. Ad esempio seguendo una lista. Per questo vi abbiamo preparato uno speciale che vi aiuti a trovare l’idea giusta per la persona del cuore. E lo abbiamo diviso seguendo le 26 lettere dell’alfabeto: dalla A di Abiti alla Z di Zoo (i regali per i vostri pet). Passando dalla F di Fragranze, I di Intimo, O di Occhiali… Un modo veloce e divertente, facilmente consultabile dal vostro smartphone, per trovare tutto il meglio da regalare in fatto di moda, bellezza, tecnologia, design, libri, giocattoli, food e molto molto altro. E con gallery in continuo aggiornamento. Usciamo insieme a fare shopping?

 

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Quanto incide un padre autoritario sulla scelta del proprio compagno?

Nelle scelte sentimentali di una donna, che siano o meno consapevoli, la figura del padre gioca un ruolo fondamentale: è la figura maschile che da bambina si ama per prima, invidiandola alla propria madre, ed è quella la figura che spesso determina quale tipo di uomo si sceglierà al proprio fianco. Nel caso in cui una bambina abbia avuto un padre autoritario su quale tipo di relazione si orienterà da adulta? Lo abbiamo chiesto alla psicoterapeuta Giulia Maffioli, vicepresidente A.Na.P.P. (Associazione Nazionale Psicologi Psicoterapeuti), che sottolinea quanto le figure importanti nella scelta delle proprie relazioni affettive siano due.

Qual è il ruolo di un padre nella vita di un figlio?
“Tendenzialmente, il ruolo di un padre è quello di educare i figli a stare nella società in cui vivono, accettare le norme del vivere sociale e, inevitabilmente, accettare anche le frustrazioni che ne conseguono. Il ruolo della madre si dovrebbe concentrare prevalentemente sugli aspetti emotivi, sul riconoscimento delle emozioni, delle modalità affettive. Un tempo la divisione dei ruoli era più netta, oggi è indubbiamente meno rigida. I ruoli, in assoluto, hanno un’evoluzione, anche se la madre ha chiaramente un rapporto e una modalità relazionale diversi con il neonato rispetto a quelli del padre. Il padre, dunque, dovrebbe avere prevalentemente il ruolo di educare i figli nel rapporto con l’esterno e lo fa anche attraverso il suo modello, ossia mostrando come lui sta al mondo”.

In che modo un padre educa il figlio a stare nella società?
“Con due modalità: autorevole o autoritario. Nel primo caso il padre educa alle regole attraverso un rapporto affettivo basato sulla spiegazione e comprensione delle regole, facendo capire il senso delle norme grazie a un rapporto basato sul dialogo e su un’affettività mai messa in discussione. Nel metodo autoritario, si impongono regole rigide senza supportarle con spiegazioni e solo a per contrallare eccessivamente la figlia, a volte in modo umiliante e svalutante, cosa che può minare l’autostima della ragazza. Altre volte si ricorre perfino alla minaccia di rottura di ogni rapporto affettivo in caso di violazione delle regole”.

In pratica, un padre eccessivamente autoritario può arrivare a pretendere una cieca accondiscendenza alle sue regole.
“Esatto. A loro volta i padri autoritari tendono a sentirsi estremamente insicuri e tendono ad avere difficoltà relazionali. Spesso i padri autoritari hanno avuto a loro volta padri autoritari e ripropongono quindi uno schema che tende a ripetersi di generazione in generazione. Questa rigidità maschera la loro insicurezza. Spesso impongono regole eccessive che tendono a stimolare in modo negativo la competitività o a isolare i figli dal contesto sociale, imponendo loro di non uscire, di non partecipare alle feste, di non frequentare i compagni. Altre volte minacciano il legame affettivo, mettendo in atto silenzi ostili, altre volte screditano il figlio agli occhi degli altri, sia in casa che in pubblico”.

Perché un figlio che ha vissuto un’esperienza così dolorosa tende a ripeterla?
“Perché sono schemi relazionali acquisiti inconsapevolmente, che vengono ripetuti automaticamente, ossia senza una specifica volontà razionale. Si tratta quasi di un ‘imprinting’ emotivo, di imitazione dei modelli che abbiamo avuto. Ma a incidere su un figlio non è solo il rapporto con il padre, è molto importante anche la relazione tra il padre e la madre, ossia come la madre si comporta nei confronti di un padre autoritario”.

Quanto è importante il ruolo della madre, soprattutto in relazione a una figlia?
“Anche la madre ha un ruolo importante rispetto all’acquisizione del modello relazionale di coppia che i figli porteranno dentro di se come riferimento nelle loro future relazioni affettive. È importante, infatti, vedere come lei si relaziona, in questo caso con un compagno autoritario, ad esempio capire se la madre subisce o è compartecipe dei metodi del compagno o se vi si oppone. È il loro stile di relazione quello che significativamente incide sul modo in cui i figli in generale, si relazioneranno da adulti. Non basta quindi avere avuto un padre autoritario”.

Quanto è importante la relazione all’interno della coppia genitoriale?
“Molto. Anche se c’è indubbiamente una variabile che è determinata dal carattere della figlia o del figlio. Abbiamo una nostra individualità che non è solo la somma dei modelli relazionali del padre e della madre, proviene anche dal contesto nel quale il bambino vive. Stiamo parlando dei rapporti che un bambino può avere anche con altre figure adulte di riferimento, quali zii, nonni, cugini, fratelli etc. Tutte le altre figure che possono avere un peso nel modo in cui si sviluppa lo stile affettivo. Anche eventi importanti incidono sulla vita familiare e possono avere il loro peso”.

Qual è il tipo di uomo che la figlia di un padre autoritario cerca, nella vita?
“Molto dipende dal modo in cui si comporta la madre. Nel caso in cui la madre non si sia mai opposta al marito autoritario, la figlia da adulta potrebbe assumere lo stesso comportamento, costruendo con gli uomini relazioni caratterizzate dal sentirsi sempre insicura, inadeguata, bisognosa di conferme sia in termini di valore personale che affettivo, dunque da una forte dipendenza. In alternativa potrà evitare le relazioni affettive o costruire relazioni altamente conflittuali verso tutte le figure che può percepire come autoritarie, come ad esempio il datore di lavoro; in situazioni estreme potrebbero manifestarsi comportamenti antisociali e distruttivi. Ma questi sono davvero casi estremi.
Le donne che hanno uno stile oppositivo potranno avere difficoltà a costruire rapporti stabili, questo perché tendono a loro volta ad avere uno stile autoritario nei confronti del proprio compagno. Tendono dunque a ricercare compagni passivi. Chiaramente le donne sono inconsapevoli di questo meccanismo, è qualcosa che si acquisisce dalle relazioni affettive importanti, si è costruito nell’infanzia, in un periodo della vita in cui non si hanno gli strumenti per comprendere ed elaborare in modo adeguato le esperienze relazionali che stavamo vivendo. Si tratta di uno schema che si basa su emozioni e che non scegliamo razionalmente.

“Le donne che hanno uno stile oppositivo tendono a loro volta ad avere uno stile autoritario nei confronti del compagno”
Cosa succede quando ci innamoriamo?
“Quando ci innamoriamo difficilmente sappiamo perché ci innamoriamo di quella persona nello specifico. Si tratta di esperienze che vanno oltre la nostra immediata capacità di comprensione, inizialmente non comprendiamo il perché proprio quella persona ci abbia scatenato determinate emozioni e determinate passioni. In realtà prima di tutto incontriamo le persone a livello emotivo non consapevole, come se riconoscessimo qualcosa di familiare: è solo dopo che riusciamo a dare un senso razionale al perché proprio quella persona ci abbia suscitato forti emozioni. Le donne che hanno avuto un padre autoritario potrebbero essere portate inconsapevolmente a scegliere un uomo debole e passivo oppure il suo opposto, dunque un uomo altrettanto autoritario. Finché vivremo la nostra modalità affettiva in modo prevalentemente inconsapevole questo agirà in noi facendoci scegliere figure con comportamenti simili oppure con stili relazionali opposti, a quelle legate alla nostra esperienza”.

Tutto questo accade a un livello inconsapevole?
!Esatto. Molte storie, anche nella mia esperienza clinica, riguardano donne che da bambine sono state maltrattate dal padre. Queste donne tendono a “scegliere” da adulte, compagni coercitivi e in terapia si chiedono cosa le abbia portate ad accompagnarsi a uomini violenti e a rivivere situazioni simili quelle della loro infanzia!”.

Si può uscire da questo schema rigido?
“È necessario recuperare il proprio vissuto, la propria storia, non solo in termini di fatti, ma anche in termini di vissuti emotivi. Dobbiamo infatti recuperare il nostro vissuto emotivo rispetto alle figure genitoriali. Bisogna comprendere tuttavia che i genitori spesso sono incolpevoli, perché a loro volta hanno vissuto e subito gli stessi modelli relazionali disfunzionali. In ogni caso però non esiste una correlazione diretta e rigida tra quanto abbiamo vissuto ed il nostro attuale modo di relazionarci a un partner”.

In quali casi può essere d’aiuto un percorso di psicoterapia?
“Per recuperare il nostro vissuto abbiamo bisogno di fare un percorso e per fare questo percorso è bene essere accompagnati da uno psicoterapeuta in grado di aiutarci a costruire un nuovo modo di amare. Abbiamo bisogno di costruire un nostro stile relazionale. Purtroppo la tendenza di molte donne è sperare, anche inconsapevolmente, che sarà il futuro compagno a salvarle e guarirle dalla sofferenza. Ma è piuttosto difficile che questo si verifichi, perché continueranno a scegliere compagni che abbiano una modalità relazionale simile allo stile affettivo che hanno già vissuto”.

 

Fonte: Repubblica.it

Fitwalking in gravidanza: 10 regole per iniziare in sicurezza

L’attività fisica, in gravidanza, è importante. Muoversi con il pancione è possibile, e consigliato, purché si eviti di strafare e si adottino le giuste accortezze. Lo ha confermato recentemente anche l’istituzione inglese Royal College of Obstretricians and Gynaecologists, raccomandando di mantenere un allenamento moderato e costante durante i nove mesi di attesa per aiutare a prevenire problemi cardiovascolari, ipertensione e diabete gestazionale. Se non si ha voglia di chiudersi in una palestra si può sperimentare il fitwalking, una disciplina sportiva che si basa sul camminare all’aria aperta con un passo veloce e dinamico.

“È un training perfetto per le donne in dolce attesa perché si concentra, più che sullo sforzo, sulla corretta postura e sul ritmo dell’andatura. Inoltre, si programma su misura di ogni persona e delle sue possibilità. Se la mamma si appassiona, poi, può continuare ad allenarsi dopo il parto, con una camminata veloce nel parco mentre spinge il passeggino”, spiega Maurizio Damilano, ex marciatore olimpico, ideatore del fitwalking.

Nascita di una nuova disciplina
Il fitwalking, nel dizionario Treccani, viene definita una “forma di allenamento fisico a carattere non agonistico che consiste nel camminare a passo sostenuto”. La parola è nata dall’unione del termine inglese fitness (forma fisica) e del verbo to walk (camminare), ma nei Paesi di lingua anglosassone dove la disciplina è nata viene chiamata power walking, camminata veloce, diversa dalla corsa e dal jogging perché durante l’andatura non si perde mai il contatto col terreno, e dunque non prevede la cosiddetta fase “di volo”. L’ex marciatore Maurizio Damilano ha portato in Italia la tecnica del power walking dagli Stati Uniti, e dopo averla modificata con una serie di esercizi derivati dalla marcia lo ha definito Fitwalking, contribuendo a diffonderne il metodo nel nostro Paese.

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Allenamento e recupero
L’allenamento per il fitwalking è molto simile a quello delle discipline aerobiche e prevede prima di tutto la continuità nell’esercizio. Si cammina sempre, anche se progressivamente vengono inseriti carichi di lavoro diversi. Per migliorare, quindi, non serve allenarsi duramente una volta ogni tanto, ma investire con costanza senza eccedere e senza sopravvalutare la capacità di adattamento del nostro corpo.
Essenziale, nella pratica di questa disciplina, rispettare il concetto di “recupero”, ovvero del momento necessario all’organismo umano per “metabolizzare” gli stimoli a cui viene sottoposto. Il corpo manda naturalmente dei segnali di affaticamento (affaticamento, muscoli doloranti, difficoltà ad addormentarsi, inappetenza) ma è meglio tenere sotto controllo l’intensità della camminata, e quindi l’intensità dell’allenamento, attraverso il monitoraggio della frequenza cardiaca. “In base alla frequenza cardiaca utilizzata per l’allenamento è possibile determinare i diversi lavori da effettuare: lento, medio, veloce, che rimangono le tre grandi aree del rapporto tra velocità e lavoro cardio-circolatorio” spiega Damilano.

I benefici in gravidanza
Sono diversi, sia a livello fisico sia psicologico. Il fitwalking non è traumatico, allena tutte le fasce muscolari, schiena compresa, aumentando il tono muscolare e facilitando una corretta postura, che aiuta a svolgere in modo più agile e meno faticoso tutte le attività quotidiane, man mano che si aumenta di peso e la pancia cresce. Il cammino va ad agire naturalmente anche sul pavimento pelvico con un’azione di rinforzo, aiutando la donna anche nel momento del parto. Mentalmente, permette di scaricare stress e tensioni e previene i pericoli della depressione post partum.

Le controindicazioni
Come per ogni attività fisica, è indispensabile una visita dal ginecologo che verifichi il buono stato di salute della mamma e del bambino. Se il medico può certificare il benessere di entrambi, non si corre alcun rischio.

Come iniziare
Ma qual è il movimento corretto per allenarsi nel modo migliore? “Non è una semplice passeggiata, bisogna avanzare con passo vigoroso e spedito, senza però correre. Appoggia bene il piede a terra e in modo deciso: prima il tacco, poi la pianta e infine dai una spinta fino alle punta delle dita. Anche il movimento delle braccia è importante, falle oscillare mantenendo il ritmo. Puoi tenerle distese se cammini in modo energico, ma non veloce. Se invece aumenti l’andatura, piegale fino a 90 gradi per avere una maggiore spinta”, afferma Damilano, che ha creato un programma specifico di fitwalking per la gravidanza.

Dieci consigli per iniziare a praticare il fitwalking con il pancione:

Fitwalking in gravidanza: 10 regole per iniziare in sicurezza

1. Prima regola: sii costante
Per avere dei risultati, è sconsigliabile fare lunghe sessioni sporadiche, meglio una camminata tutti i giorni.

2. Procedere per gradi
Soprattutto se non fai sport da un po’di tempo, scegli un approccio graduale, perché affrontare sessioni di cammino troppo stancanti possono demotivarti. Al termine dell’allenamento è normale avvertire che i muscoli hanno lavorato, ma deve essere una sensazione piacevole.

3. Per quanto tempo
Inizia facendo 20 minuti, uscendo un paio di volte a settimana e poi incrementa arrivando a 3 volte a settimana, camminando a passo sostenuto per circa 40 minuti. Nei primi due trimestri puoi allenarti anche un’ora al giorno. Nell’ultimo trimestre, con l’aumentare del peso della pancia, puoi dividere l’esercizio in due camminate di 15/30 minuti ciascuna.

4. Quando farlo
Dipende dalla disponibilità di tempo e dalle abitudini che hai. Quando fa caldo è meglio scegliere le prime ore del mattino o la sera, mentre in inverno cammina nelle ore centrali della giornata, quando le temperature sono più miti, per non stressare il fisico.

5. Il ritmo migliore
Mantieni un’andatura vigorosa e dinamica, con un buon passo, senza però esagerare e senza avere il fiatone. Se riesci a parlare mentre cammini, ti stai allenando correttamente. Attenta alla giusta postura: il busto deve essere ben eretto, così da conservare un buon equilibrio dei carichi sull’apparato muscolo-scheletrico e articolare.

6. Scegliere il percorso adatto
Scegli quelli senza dislivelli, in aree verdi o con poco traffico, che permettono una buona ossigenazione. Meglio se ci sono panchine lungo il tragitto, per fare eventualmente una pausa. Sul sito ufficiale del Fitwalking in gravidanza sono suggeriti 16 cammini in diversi dieci città italiane, per chi vuole provare in totale sicurezza e tranquillità.

7. Da sola o in compagnia
Puoi vivere la sessione di cammino come un momento tutto per te, per rilassarti e scaricare lo stress. Oppure cogliere l’occasione per passare un po’ di tempo con le amiche facendo fitness. Nell’ultimo trimestre, è preferibile camminare in compagnia, così da avere un aiuto in caso di biosgno (stanchezza, contrazioni…).

8. L’abbigliamento giusto
Deve essere comodo e traspirante. In inverno meglio non vestirsi troppo pesante, per evitare un’eccessiva sudorazione. Anche la scelta delle calzature è fondamentale, perché devono garantire una buona camminata in pieno comfort. Sono adatte le snearkers pensate per il walking o da jogging, anche di un numero in più rispetto a quello che si indossi normalmente, perché in gravidanza il peso della pancia fa abbassare l’arco plantare.

9. L’importanza dell’idratatazione
Bere prima e dopo l’attività, portando con sé una bottiglietta d’acqua. Un consiglio da non sottovalutare mai. Meglio scegliere acqua naturale ed evitare le bibite gassate; piuttosto, meglio una spremuta d’arancia.

10. La respirazione
Camminare con un buon passo aiuta ad allenare la respirazione e la resistenza allo sforzo. In gravidanza, ancora di più è bene dedicarsi con attenzione alla respirazione addominale, da privilegiare, eventualmente adottando tecniche di respirazione mutuate da altre discipline come lo yoga.

 

Fonte: Repubblica.it

12 idee viste su Instagram per unghie natalizie

Le feste si avvicinano e mentre pensiamo ai regali di Natale non dobbiamo dimenticarci di noi stesse. Malgrado lo stress del lavoro e della vita quotidiana vogliamo tutte essere al top per cenoni, party e brindisi con i colleghi, gli amici e la famiglia.

Ovviamente stiamo pensando ai look per le feste per renderci indimenticabili. E allora oltre a capelli e make up, ricordiamoci anche delle nostre mani. Sono il nostro passaporto quando incontriamo per la prima volta una persona.

Ed è con loro che spesso esprimiamo affetto e simpatia a chi ci sta vicino. Imperativo quindi coccolarle con creme e trattamenti ad hoc. E abbellirle con una manicure perfetta. E di questi tempi i temni più cool sono quelli natalizi.
Prima di tutto riflettete bene su quale immagine volete dare. Se più classica, con temi iconici della stagione festiva, o se più arty, con disegni grafici che si fanno notare ma che non seguono la tradizione.

In occasione del natale abbiamo fatto un giro su Instagram per scoprire tante idee di decorazioni a tema. Ecco alcune delle più interessanti tra quelle viste sul social più cool in fatto di immagini.

Si va dai temi prettamente natalizi, come renne, fiocchi di neve o alberi di Natale. A quelli più ispirazionali e chic, come geometrie dal sapore vintage.

E ancora c’è chi crea vere opere d’arte impreziosendo le unghie con cristalli luccicanti che manderanno bagliori sotto le luci natalizie.

Quanto ai colori potete sbizzarrirvi. Il rosso e l’oro sono ovviamente i due colori cult delle feste.

C’è chi poi osa il nero per un tocco dark e chic
Mentre il verdone, colore che ricorda quello degli alberi di Natale, è il massimo dell’eleganza

Infine il bianco, colore della neve, può diventare la base perfetta per decorare le vostre unghie.

 

Fonte: Repubblica.it

Piumini: 3 nuovi trend per l’inverno

aria della moda per alcuni anni, il piumino torna protagonista in questo inverno di tendenze revival. L’anno scorso era accettato solo in versione slim, indossato sotto un cappotto maschile o una giacca. Oggi invece diventa protagonista a tutti gli effetti, stravolgendo il nostro stile con proporzioni over o tessuti glam.

Il motivo è semplice: al di là dei dettami degli addetti ai lavori, è difficile nelle fredde giornate invernali rinunciare al calore avvolgente di un piumino. Così ecco che stilisti e brand lo tolgono dal suo isolamento fashion e lo riportano in auge, certi che verrà adottato in massa dalle donne.

La buona notizia però va accompagnata da alcuni avvertimenti: i trend da seguire questo inverno sono fondamentalmente tre. Over, couture, sporty. Vediamoli insieme.

IL PIUMINO OVERSIZE
Grande, grandissimo, esagerato. Non stupitevi se vedrete per le strade donne che sembrano affogare sotto una giacca versione “piumone”. Quest’anno il tend vuole così, che le proporzioni siano maxi sopra e slim sotto. Queste giacche hanno il vantaggio di nascondere qualsiasi difetto ma devono imperativamente essere indossate con pantaloni o gonne slim e tacchi alti, se siete sotto il metro e sessantacinque. Altrimenti risulterete “schiacciate” dalla loro importanza. Altro consiglio: se decidete di adottare uno di questi modelli assicuratevi di portarlo con aria fiera e decisa. Questi piumoni da strada non ammettono timidezze.

Eleganti, preziosi e soprattutto costruiti come un abito da sera. Sono i nuovi piumini couture che segnano in modo chic il nostro inverno. Ricchi di dettagli di stile, di tessuti raffinati (dal velluto liscio alla fourure), di colori iridescenti, sono costruiti con la stessa maestria di un abito da sera. E spesso si declinano proprio come vestiti: lunghi, stretti in vita da una cintura, si possono indossare da soli la sera per un party o una serata elegante. Di giorno diventano un dettaglio prezioso che illumina un look serio da ufficio, e permettono di affrontare un aperitivo o una cena in modo glam senza passare da casa dopo il lavoro.

Avere presente la classica giacca da sci caldissima ma decisamente poco aggraziata? Bene, oggi diventa un alleata dei vostri look iperfemminili da giorno. Un esempio tra tutti il look di Giovanna Battaglia, icona fashion e donna dalla vita straordinaria, che la indossa stretta in vita sopra una gonna elegantissima. Collo avvolgente per proteggere dal freddo, proporzioni maxi e un po’ squadrate, caldissimo, questo tipo di piumino va scelto seguendo i dettami sportivi ma indossato come fosse una giacca elegante. Per un effetto spiazzante che mischia i codici e segue la tendenza di contaminazione così cara ai nostri tempi.

 

Fonte: Repubblica.it

Crepet: violenza, molestie, l’indignazione ai tempi di internet è superficiale. Impariamo a dire di no

Sempre più spesso ci arrabbiamo, critichiamo e ci lamentiamo di quello che vediamo intorno a noi, ma il più delle volte restano discorsi che rimangono in superfice o frasi scritte sui social network, segni opachi di una mancata e reale capacità di cambiare le cose. Per dire no, per opporsi in modo efficace non serve solo lo sdegno, ma anche una forza morale, “un’azione di cuore”, come afferma il noto psichiatra e sociologo, Paolo Crepet, che ha affrontato questo tema nel suo ultimo libro, “Il coraggio” (Mondadori, 18,50 euro). Abbiamo conversato con lui, per capire cos’è oggi l’indignazione, come non va confusa con le chiacchiere da bar online e perché è indispensabile attivarla nella nostra vita, soprattutto davanti a tematiche urgenti e importanti, come la violenza contro le donne, a cui è dedicata la Giornata internazionale del 25 novembre, per combatterla ed eliminarla dalla società.

Cos’è l’indignazione ai tempi di Internet?
“Quella digitale sembra essere diventata sinonimo di insultare e screditare l’altro, perché la cosa curiosa è che ci si arrabbia più con le persone che con le loro idee. Questo tipo di indignazione dà solo spazio alla volgarità, la rende lecita, e non crea nessun cambiamento, quindi ha solo una funzione sterile, di sfogo fine a se stesso. E poi ci si irrita per ogni cosa, molte volte seguendo l’argomento caldo del momento, tanto per partecipare allo sdegno comune, perché non sempre si ha cognizione di causa e quindi si improvvisa. Si è talmente abituati a questo atteggiamento “contro”, che la sua reiterazione porta a svilire la sacralità dell’indignazione, a depotenziarla e a togliere significato e valore alla parola stessa. Arrabbiarsi e litigare sui social è facile e non comporta nessun sforzo, nessun coraggio, qualità quest’ultima invece indispensabile per attivare un vera trasformazione”.

Alla luce di questo, allora, che cos’è la vera indignazione?
“Intanto l’indignazione deve essere una tantum, non può essere una prassi quotidiana. Sant’Agostino affermava che “la speranza ha due figli bellissimi: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose e il coraggio per cambiarle”. Ed è proprio così, perché dopo aver detto no, bisogna trovare l’audacia e la risolutezza per migliorare le cose. La sorella indignazione non è laconica, non è limitata a se stessa, ma ha assolutamente bisogno del fratello coraggio per attuare un ricambio, una mutazione della realtà. Il coraggio di indignarsi è il vero motore di una civiltà, perché crea un movimento, una fatica, ma è l’unica strada per mandare avanti la locomotiva della nostra comunità”.

Nel libro afferma che l’indignazione non è alla portata di tutti
“Confermo, perché per disapprovare, devi prima conoscere, approfondire, sapere, costruire una visione opposta a ciò che intendi mettere in discussione. Come può nascere lo sdegno da conoscenze impressionistiche e approssimative?
Non puoi sparare nel mucchio se poi vuoi metterlo in pratica sul serio. Per indignarsi, serve cultura, nel senso che bisogna conoscere bene il tema, in modo profondo e non superficiale, al punto tale da sviluppare una forza critica per contrastare quello che non piace”.

Come si fa a esercitare il coraggio di indignarsi per cambiare veramente le cose?
“Impegnandosi in prima persona, anche se tutti gli altri continuano a stare seduti a borbottare. Serve assumersi la responsabilità della propria intelligenza, del proprio talento e usarla per trovare una direzione definita, un obiettivo preciso da raggiungere, che possa ribaltare lo stato delle cose che ci fanno arrabbiare. Fare questo vuol dire utilizzare il diritto della libertà: la libertà a dire no, a non perdersi in una critica generalizzata, a pensare con la propria testa, vivendo così dignitosamente in linea con se stessi. Perché quando si dice quello che realmente si pensa, quando ci si sforza a porsi domande e a trovare risposte diverse da quelle convenzionali, quando si mette in pratica con vigore lo sdegno, non ci si accomoda più sui propri limiti e si vince su stessi, apportando un miglioramento anche nella società”.

Spesso l’indignazione digitale dà vita a una sorta di brontolio, a volte anche aggressivo e spietato, rischiando di minimizzare i problemi e di creare confusione. Un po’ com’è avvenuto sulla vicenda delle molestie sessuali
“Mia madre è stata una grande femminista, ha lavorato per aiutare giovani donne e in quegli anni lì non era facile. Si figuri, quindi, se io non posso che essere solidare e avere complicità con tutto il mondo femminile, quando viene molestato e subisce violenza, psicologica e fisica. Questa è una premessa necessaria. Dopo di che, va detto che io non sono abituato a dire che è tutto bene o tutto male, ma credo che vada fatta chiarezza. Questa situazione ha fatto emergere una nuova sensibilità femminile, ma dal mio punto di vista il coraggio vero delle donne è dire no davanti a dei ricatti. E gli abusi di potere non vanno confusi con la violenza sessuale, perché è un’altra cosa. Bisogna stare attenti a usare le parole in modo specifico. Quando si subisce violenza, si è costrette con la forza a fare ciò che non si vuole. L’abuso di potere, quello agito da chi promette un ruolo in un film o un avanzamento di carriera in un’azienda in cambio di sesso, è un’intimidazione bella e buona. Tutta questa faccenda io la guardo in quanto padre di una figlia. A sentire quello che è successo a determinate ragazze, visto che le cose sembrano andare così secondo qualcuno, che dovrei insegnare a mia figlia? Che esistono determinati compromessi a cui va detto di sì? Questo io lo trovo inconcepibile, perché è un principio che non condivido affatto. Bisogna tirare fuori l’amor proprio, la propria autostima. Una donna – ma anche un uomo, perché può accadere a tutti di affrontare un ricatto, a prescindere dal genere- che non è stata capace a dire no e ha accettato un baratto, probabilmente non ha la consapevolezza di sé e del proprio valore. E questo la porta a essere alla mercé degli altri. È vero, se dici di no sai benissimo che non avrai quella promozione o non farai quel film, ma la domanda da farsi è se vuoi vivere ottenendo queste cose a tutti i costi e sentirti sporca oppure scegliere la dignità. Perché quando accetti una volta, accetti anche la seconda, dato che crei un precedente. Bisogna essere pronte a dire no, pur di non ledere la propria dignità, perché per realizzarsi vanno messe in campo le proprie abilità e le proprie capacità, non la propria disistima”.

Parliamo di violenza sessuale. Non sempre è facile denunciare, come si trova il coraggio?
“Quando una donna subisce una violenza è importante che si faccia sostenere da una rete affettiva –amiche, sorelle, madre, anche l’attuale compagno, lo psichiatra – perché non deve fare tutto da sé e non deve sentirsi sola. La solitudine va evitata. Denunciare richiede anche il coraggio dell’indignazione, quell’istinto d’orgoglio perché ti porta a reagire, perché è stato oltrepassato un confine in modo oltraggioso. Non è solo una questione di resilienza, ma anche di morale etica. Le donne che affrontano vis-à-vis il proprio violentatore in un’aula di tribunale, credo che lo facciano anche per insegnare alle donne che c’è sempre una strada, una scelta per contrastare la violenza”.

Davanti a un uomo violento, come bisogna comportarsi?
“È fondamentale comprendere chi si ha davanti, attivando il buon senso, per capire se quell’uomo ha avuto uno scatto d’ira, vive solo un momento di difficoltà oppure si comporta sempre in modo irrispettoso, manipolando e alzando le mani. Nel primo caso si può parlare, dicendo no e spiegando il motivo, senza minacce del tipo “ti porto in tribunale e ti rovino”, evitando così di rispondere alla violenza con altra violenza, ma tirando fuori umanità. Se parliamo invece di un comportamento di maltrattamento reiterato, allora non bisogna farsi illusioni. Un uomo violento, resta tale, non cambia, anche se chiede scusa, anche se dice che sarà diverso. Mai essere ingenue e se si hanno dei figli, questi non devono essere motivo di sensi di colpa, perché bisogna sempre allontanarsi dalla violenza. E soprattutto non bisogna ricaderci, accettando regali, scusanti e richieste di chiarimenti. Non ci sono ultimi appuntamenti che tengono e se si decide di andare, mai farlo da sola, ma sempre scortata dalle amiche o familiari”.

Fonte: Repubblica.it