Single da anni: come superare la paura di innamorarsi di nuovo

E’ come ritrovarsi in una bolla. Ci sono scivolata dentro dopo l’ultima relazione sentimentale, qualche anno fa. Da allora non ho più avuto storie, flirt, nessun coinvolgimento sessuale. Da quando lui se n’è andato, lasciandomi all’improvviso senza tante spiegazioni, sono stata così male da decidere di dedicarmi solo ai miei figli e al mio lavoro. Mi sono rimodellata sulle priorità. E forse anche intorpidita affettivamente. L’idea di una nuova storia d’amore ma anche solo di incontrare qualcuno, sembra non riguardarmi. Meglio evitare incontri, mantenere distanze.

 

“Mi sono rimodellata sulle priorità. E forse anche intorpidita affettivamente”
Mi sono ormai abituata a fare capo a me stessa per ogni decisione, a non condividere l’esistenza. Ad indossare libera pigiami imbarazzanti, a buttarmi sul divano la sera con il telecomando in mano come scettro della mia serata, a sbriciolare in giro per casa i miei pasti. Cose che inizialmente hanno segnato il vuoto, che brutto allungarsi in un letto deserto, ma con il tempo sono diventate comodità. Ho fatto salti mortali, affrontato momenti bui. Ma sono sopravvissuta, e anche bene. Perché a volte è solo la paura di rimanere soli a farci cercare qualcuno.

“A volte è solo la paura di rimanere soli a farci cercare qualcuno” L’altro ci serve per riempirci, per spronarci. Ma con questo timore è più facile poi che l’amore si impadronisca della nostra vita, ci strappi dalle cose che amiamo. Funzioni a volte da adesivo per rimanere in relazioni insoddisfacenti: pur di non essere abbandonati ci facciamo andare bene quello che bene non ci sta.
Il senso comune inoltre dice che avere un partner è indispensabile. Come se le relazioni sentimentali fossero una necessità biologica, centrali per il benessere, soprattutto per le donne: se non hai una storia o una famiglia sei strana, patologica, qualcosa non va. Per poi tradursi nella paura di restare da soli.

 

Single per scelta, e non
Ma è vero anche che stare da soli molte volte non è una scelta ma una giustificazione. Ci sembrano scontati tutti quei caselli emotivi che mettiamo sui nostri percorsi sentimentali, senza telepass per nessuno. Di fondo, inutile negarlo, abbiamo paura di impegnarci, di fare posto a qualcuno nella nostra vita. Perché aprire ad un altro vuol dire assumersi rischi, impegnare emozioni. Lasciarsi coinvolgere somiglia tanto a farsi male.

“Farsi avvicinare graffia di nuovo sulle nostre precedenti ferite” Una nuova storia intima effettivamente solleva dolori passati, riapre ferite lontane. Negli strati più profondi di noi stanno ammucchiati rifiuti, perdite, rabbia, siamo così spaventati dalla possibilità di rievocarli da rimanere bloccati. È un tentativo per scansare infortuni psicologici, quelli di essere respinti, calpestati, traditi, abbandonati. Perché quando siamo di fronte a una persona nuova e arriva il momento di spogliarsi in senso affettivo, non è solo l’imbarazzo a frenarci ma soprattutto l’amarezza per ogni volta che abbiamo sofferto. Farsi avvicinare graffia di nuovo sulle nostre precedenti ferite. E questo sì che fa male… Ci blocca quando è il momento di presentarsi a qualcuno, ci congela quando è tempo di condividere se stessi con l’altro.

8 consigli per uscire dalla paura di innamorarsi di nuovo della psicologa Brunella Gasperini
1) Prendere consapevolezza delle proprie difese
Ovvero dei muri che alziamo, delle paure che ci bloccano come il timore che nessuno possa essere veramente interessato a noi o il confronto con altri. Di tutte le manovre con le quali sabotiamo il nostro bisogno di intimità. A volte bisogna lavorare molto su questi aspetti.

2) Emergere dalla bolla dentro la quale ci siamo infilate
Significa uscire dalla tana rassicurante aumentando possibilità di incontri e scambi, al di là di coinvolgimenti sentimentali. Meglio creare comunque rapporti come mezzi per scoprire nuove parti di noi e ciò che ci rende felici.

3) Spingere i propri limiti
Fare “stretching psicologico” per scoprire le proprie possibilità. Essere single da tanto tempo non vuol dire aver dimenticato le competenze necessarie ad un rapporto, si è solo perso allenamento.

4) Rendersi conto di saper funzionare da sole e di essere autonome
Questo predispone a dinamiche relazionali più sciolte, mantenendosi sulla propria indipendenza, evitando di sbilanciare verso l’altro. Se apriamo ad una storia è per aggiungere qualcosa alla nostra vita, per “espanderci” non per riempire vuoti.

5) Non essere autoreferenziale
Evitare di fare riferimento a quella specie di regolamento personale su come devono essere le storie d’amore compilato sulla base di esperienze passate. Quello che va bene nella teoria personale non funziona nella vita reale. Ed evitare anche di mettere l’altro sotto il microscopio mantenendo piuttosto il centro su se stesse.

6) Darsi opportunità, mettersi alla prova
Testare la propria femminilità, anche. Imparare a giocare, flirtare in modo leggero ma consapevole. Dare possibilità agli altri di conoscerci e apprezzarci.

7) Affrontare sfide interiori
C’è molto in gioco quando siamo a stretto contatto con un’altra persona ma abbiamo bisogno di addentrarci nei sentimenti e di esporre la vulnerabilità. Rendersi conto del potere che abbiamo sul nostro destino sentimentale, concentrandosi su ciò che possiamo gestire.

8) Riflettere sul bisogno di incontrare gli altri a livello profondo
L’inconscio cerca sempre di tornare al nostro inizio, di rielaborare e curare i traumi che abbiamo subito. Tenta di riempire lacune, di nutrire carenze e può farlo solo attraverso nuove relazioni. Darsi delle chance in questo senso è necessario.

 

Fonte: Repubblica.it

Viola, idee per indossare un colore non proprio facile

Il viola nasce da un mix di blu e rosso, quindi trasmette la forza e l’energia del secondo ma anche la calma del primo. Un colore, dunque, complesso già in origine e per questo così complicato. Ma anche molto attraente, tanto che periodicamente lo rivediamo spuntare nel make up, nell’hair coloring e nella moda. Anche se, assicurano i make up artist, portarlo non è per niente facile. Ecco alcuni spunti, clicca qui.

La storia del cappotto: dalla redingote al doppiopetto di oggi

Coprire, rappresentare, raccontare: la storia del cappotto, come quella di ogni indumento di moda, si intreccia a una moltitudine di usi e costumi, inverni freddi e viaggi in aereo, auto polverose e copioni hollywodiani, guerre drammatiche e rinascite economiche. La sua forma contemporanea prende il via dal XIII° Secolo in poi in un susseguirsi di invenzioni, soluzioni, forme e tagli che arriveranno fino ai doppiopetto e loden che oggi tutti indossiamo.

La marsina (ovvero il soprabito ricamato francese, parte del completo maschile a tre pezzi) è l’antenato del cappotto: dalla sua forma lunga e affusolata nasce l’inglese Riding-coat (diffuso poi in Europa come Redingote), un cappotto da gentleman completamente privo di decori. Da questo modello si svilupperanno molte varianti: il Carrik (con mantelline, pensato per i viaggi); il paletot o paltò (il soprabito borghese per eccellenza del ‘800); il modello Raglan (con spalle dal taglio obliquo, prende il nome da Lord Raglan comandante delle truppe britanniche nella Guerra di Crimea). La marsina è l’antenato del cappotto: dalla sua forma nasce l’inglese Riding-coat, ovvero la Redingote Arriveranno poi il Chesterfield (dal nome della famiglia di conti del nord d’Inghilterra, monopetto con revers di velluto nero e bottoni nascosti); Il Brooks Brothers (americano come l’omonimo marchio che lo rende famoso, è il doppiopetto reso famoso dai divi di Hollywood come Clark Gable); il Montgomery (o Duffle coat, modello con alamari pensato per la Royal Navy inglese e passato alla storia per essere stato indossato dal generale britannico B.L. Montgomery); e il Loden (che prende il nome dall’omonimo tessuto prodotto con lana di pecora,
orignario del Tirolo prima usato dai pastori nel Medioevo e poi diventato il simbolo dell’artistocrazia austriaca).

Il cappotto da donna contemporaneo nasce come derivazione dal modello maschile e quindi come evoluzione della marsina. Nei primi anni dell’Ottocento, il Corriere delle Dame presenta la Doglietta, un cappotto a vestaglia in tessuti pregiati spesso doppiati con imbottiture o pelliccia. Dopo questo modello è un’esplosione di varianti: lo spolverino (paltò utilizzato nelle autovetture per proteggere gli abiti dalla polvere); il cappotto a cosacca (ispirato alle uniformi dei soldati russi e poi ripreso da Yves Saint Laurent in una famosa collezione del 1976); i modelli anni Trenta (con spalle importanti, ispirati alla Haute Couture di Parigi ma anche alle dive di Hollywood) e quelli più squadrati degli anni Quaranta (realizzati con materiali di fortuna durante la Seconda Guerra Mondia); i manteux del New Look di Christian Dior; i mini cappotti di Adnré Courrèges di fine anni Sessanta; i modelli unisex o folk dei ’70.

 

Fonte: Repubblica.it

Louise Dahl-Wolfe: la donna che ha rivoluzionato la fotografia di moda

l suo nome è sconosciuto ai più eppure Louise Dahl-Wolfe è una icona della fotografia, non solo di moda. Nata nel 1895 a San Francisco da genitori immigrati Norvegesi, e scomparsa nel 1989, Louise Dahl-Wolfe ha documentato i cambiamenti culturali e sociali del Novecento e post Seconda Guerra Mondiale, influenzando enormemente anche il lavoro di Richard Avedon, Irving Penn e di altri fotografi contemporanei. Il Fashion and Textile Museum di Londra la omaggia con la prima retrospettiva a lei dedicata nel Regno Unito. In mostra più di 100 fotografie che illustrano la sua visione della donna moderna e indipendente, datate dal 1931 al 1959.

 

La formazione di Louise è artistica: dal 1914 al 1922 studia all’Art Institute dove segue i corsi sul colore di Rudolph Schaeffer e poi design alla Columbia University. La sua incredibile sensibilità per le forme, le disposizioni e i colori, legata ai suoi studi di arte e interior design, ha lasciato un’impronta indelebile nel modo di raccontare il corpo femminile e la moda, gettando le basi di quella che sarebbe diventata una vera e propria professione: la fotografia di moda. Louise, infatti, è fra le prime nel 1937 a introdurre colori dalle tonalità calde ed eleganti nelle fotografie di moda.

E contribuisce a creare l’identità della fotografia americana con l’uso della luce naturale, scattando all’esterno e utilizzando come set paesaggi del Messico, della Tunisia, della Spagna, del Sud America, dando vita così alle foto di moda ambientali. Nel 1933 Vanity Fair pubblica per la prima volta le sue immagini ma Louise declina un’offerta contrattuale da parte del magazine perché troppo vincolante dal punto di vista creativo.

Dal 1935 fino al suo ritiro nel 1958, lavora per la prestigiosa rivista Harper’s bazaar (un excursus dedicato al magazine è in mostra Fashion and Textile Museum di Londra): Louise mette a frutto il suo talento e creatività per 86 copertine del magazine, 600 tavole a colori e oltre 2000 fotografie in bianco e nero.
La cover di Haper’s Bazaar del marzo 1943 con una giovane Lauren Bacall
La cover di Haper’s Bazaar del marzo 1943 con una giovane Lauren Bacall

 

La sua figura è legata anche allo sviluppo dell’immagine delle supermodelle: contribuì a creare lo stile personale di Suzy Parker, Jean Patchett ed Evelyn Tripp e a lanciare l’attrice Lauren Bacall, immortalata a 19 anni sulla cover di marzo 1943 di Harper’s Bazaar. Ora finalmente la retrospettiva a lei dedicata dal Fashion and Textile Museum di Londra riporta alla luce il lavoro di questa grandissima artista.

 

Fonte: Repubblica.it

Giallo il colore della Z Generation

Se due indizi non fanno una prova, tre, quattro, cinque… forse sì. E se in giro si vedono sempre più spesso tracce di giallo, è lecito domandarsi se questo sarà il colore più trendy dei prossimi mesi. Blake Lively si è presentata a “Good Morning America” con un completo pantalone giallo banana, Gigi Hadid ha fatto di recente un’uscita con uno spettacolare evening dress giallo limone di Prabal Gurung, mentre Nicole Richie ha sfoggiato maglioncino e gonna giallo canarino e giallo zafferano. Rihanna, invece, ha indossato uno scenografico abito giallo alla presentazione della sua collezione make up, Fenty. Per non parlare di Chanel che tra qualche settimana lancerà una collezione make up dedicata a Napoli e che vede il giallo tra i colori di punta, in particolare uno smalto chiamato proprio Giallo Napoli, ispirato agli affreschi di Pompei. «Nelle ultime sfilate si è visto qualcosa di giallo, ma non si è ancora affermato come colore dominante», ha spiegato Rossella Migliaccio, image and colorist consultant alla quale abbiamo chiesto se davvero i prossimi mesi saranno “in yellow”. «Le avvisaglie ci sono: il giallo è stato inserito nel FW 2017/2018 da Vogue Paris e tra i colori Pantone Spring 2018 ne troviamo addirittura due: Meadowlark e Lime Punch.

Le sfumature ovviamente sono infinite: dall’ocra allo zafferano, dal girasole al canarino, dal banana al limone… Tutto insomma lascia credere che entro il 2018 le nostre bacheche Instagram saranno letteralmente invase dal giallo». D’altronde anche il fenomeno pink a cui abbiamo assistito negli ultimi anni ha impiegato un po’ ad esplodere come lo conosciamo oggi. Per fare due conti, ad oggi la situazione su Instagram è questa: #pink quasi 97.000.000, #yellow solo 28.000.000.

IL GIALLO SECONDO PANTONE: MEADOWLARK E LIME PUNCH
Due sono i giallo inseriti nei 12 colori da Pantone Color Institute nel Pantone Fashion Trend Report per la primavera 2018, che suggerirebbero la voglia di colore per la prossima primavera, in particolare tonalità forti in grado di assecondare l’ottimismo e la fiducia che guidano una nuova vitalità nelle tendenze fashion. «I sessi e le frontiere stagionali non sono più un limite quando si tratta di colore» spiega Leatrice Eiseman, Executive Director del Pantone Color Institute . «Le tonalità di primavera atipiche, complesse e originali, comunicano il desiderio del consumatore di sperimentare il colore tutto l’anno senza restrizioni. E i trend colore per la primavera 2018 rappresentano un perfetto riflesso di questo nuovo sentimento». E “Think yellow” è l’esortazione di WWD, che spiega come il giallo sia il colore della primavera 2018, in particolare la tonalità Meadowlark 13-0646 (decretata da Pantone), la cui idea è derivata dall’eclissi di sole verificatasi lo scorso agosto negli Stati Uniti: «Considerando che la metà della popolazione americana ha osservato l’eclissi solare, il dominio giallo nelle tendenze di primavera sembra logico» spiega sempre Leatrice Eisemann a WWD. Quando questi eventi si insinuano nella mente di un progettista, restano lì, in attesa di essere sviluppati. Non c’è dubbio che questo colore brillante è un catalizzatore di attenzione, il giallo è un faro di luce. E nessuno viene ignorato indossando il giallo».
Sul fatto che il giallo sia un colore non facile da portare è d’accordo anche Maurizio Calabrò, make up artist e cell-out manager Italia per Nars Cosmetics, al quale abbiamo chiesto se anche nel make up questo colore si imporrà come una nuance di punta della prossima primavera-estate: «Si vede in giro già da un po’ e sempre più spesso, soprattutto nell’abbigliamento. Certo, è un colore che trasmette buonumore, ma non è semplice da portare. Malgrado questo, penso vedremo sempre più giallo. Quindi sì, confermo, è una tendenza che si sta imponendo anche se riguardo al trucco, più che di giallo in sé, parlerei di tendenza giallo-oro».

GIALLO: IL COLORE DELLA Z-GENERATION
Yellow pare anche avere sostituito il Pink Millennial come colore simbolo generazionale: «Gen-Z Yellow è l’evoluzione naturale del rosa millennial. È nostalgico e moderno. Comunica azione, energia, ottimismo. È spesso unflattering e si abbina bene con scarpe improponibili e con occhiali da sole stravaganti», leggiamo sulla webzine Man Repeller. Che definisce anche il Pink Millennial (e la millennial generation) “dinosauro”, qualcosa che sa ormai di vecchio e nostalgico, mentre l’energia che contraddistingue il giallo è la stessa che, secondo Erika Woelfel, color expert per Behr Paint, investe la generazione Z. E sempre secondo WWD il pink millennial nasconde anche un paradosso: il colore rosa simbolo del nuovo femminismo è talmente prevedibile come idea da essere facilmente surclassato da una nuance più dinamica, in tutte le sue sfaccettature, dal banana al limone allo zafferano, al gold.

«D’altronde il giallo piace a diversi personaggi simbolo della Gen Z» aggiunge Rossella Migliaccio. Qualche esempio? Petra Collins, fotografa e musa di Gucci, ha cominciato ad usare il filtro giallo per le sue foto, abbandonando le sfumature rosa degli ultimi tempi. Selena Gomez (ai picchi di popolarità anche grazie al ritorno di fiamma con Justin Bieber) è stata immortalata in innumerevoli abiti gialli nel giro di poche apparizioni. La stessa Millie Bobby Brown, Coollest Teen al “Teen Choice Awards”, si è presentata sul red carpet in un abito Kenzo giallo ambra. «Non dimentichiamo il video Hold Up di Beyoncé, in cui l’artista indossa un abito giallo di Roberto Cavalli. Anche Rihanna nel video Wild Thoughts ha un vestito giallo piuttosto appariscente di Matthew Adams Dolan, mentre Selena Gomez in Fetish indosssa abiti e bluse gialle, con una fotografia che vira verso questo colore. Insomma non può essere un caso. È un colore che l’occhio umano legge per primo (non a caso è usato tanto nella segnaletica)» spiega ancora Rossella Migliaccio. Evoca curiosità, gioia, allegria, positività, felicità, ma anche illuminazione, redenzione e calore. Ho notato che in media piace molto ai bambini e ai giovanissimi, un po’ meno alle persone più adulte. Che dire, aspettiamo con ansia questa nuova era in giallo!».

Può essere il colore Pantone dell’anno? «Dovendo valutare quello che sta intorno, il giallo potrebbe essere il colore Pantone dell’anno, magari in versione giallo-oro» sostiene Maurizio Calabrò . «Anche perché c’è bisogno di colori forti, di buonumore e di positività e il giallo mi sembra il colore pop per eccellenza. Anche solo vedere una persona che indossa un cappotto giallo o arancione, comunque un colore forte in città trasmette positività».

 

Fonte: Repubblica.it 

Scarpe: meglio tacco a spillo o tacco basso?

Tutto parte dal tacco. Sottile, anzi sottilissimo tra i 10 e 12 cm. Oppure vagamente a rocchetto tra i 5 e 8 cm. Il mondo femminile si divide in due davanti a quella che non è solo una scelta di stile ma anche di vita. Meglio indossare una décolletée sexy e dal tacco impegnativo, anche quando si devono affrontare giornate piene, o una scarpa col tacco più basso ma comoda? A voi l’ardua sentenza: il social-voto con un like vi permette di fare la vostra la scelta. Pronte? Si gioca! Accettate la nostra sfida, votate e scoprite il risultato.

 

Fonte: Repubblica.it

Crimped hair: torna il frisé con nuove forme

Chiome extra volume e “crimpate”, ovvero frisé. È una delle immagini che probabilmente inseriremmo in un’ipotetica galleria di ricordi anni ’80. La notizia è che il frisé è tornato in questa stagione, proposto da molti hair stylist e visto sfilare su alcune prestigiose passerelle. Ma tranquille, il nuovo “crimped” è diverso, non costringe a volumi impossibili e al crespo rigido con forme geometriche, è più portabile e anche meno esotico rispetto a quello visto ancora qualche anno fa sulla testa di Britney Spears e Christina Aguilera. “L’effetto crimping è uno di quei trend che spaventa chiunque ma che non passa mai di moda” spiega Adam
E la versione contemporanea dei crimped hair prevede maggiore morbidezza e “discrezione”, come spiega sempre Reed: “Il volume e i capelli mossi sono tornati sicuramente di moda, ma non come li abbiamo sempre conosciuti. Oggi sono molto più morbidi e più discreti rispetto al passato, diventando così indubbiamente più facili da portare”. Il consiglio principale è dunque quello di evitare di agire su tutta la chioma, limitandosi a texturizzare solo alcune ciocche, ottenendo l’effetto che Reed descrive come “double texture”.

E che abbiamo visto sfilare sulla passerella di Fyodor Golan, realizzato dall’hair stylist Syd Hayes. Facilmente realizzabile grazie ai nuovi strumenti di styling, come la styler ghd Contour, con lamelle multi-dimensionali.

E se l’effetto frisé partisse da metà testa? Basta guardare le teste delle modelle in passerella da Alexander McQueen per l’autunno e inverno.

La ponytail “crimpata” è la soluzione preferita da Reed, proposta tra i look messi a punto per ghd e che suggerisce: “I capelli devono essere super eleganti sulla testa. Quindi aggiungete volume e una double texture alla coda, lasciando tirata e liscia la parte superiore della testa”. Infine, chi dice che una testa frisé debba a tutti i costi apparire come un moderno beehive? La lezione di “discrezione”, appunto, giunge da Ports 1961, con un frisé controllato e morbido. . Che ricorda molto uno dei primi apparsi sulla scena, quello realizzato dall’hair stylist Geri Cusenza per Barbra streisand nel 1974, che rappresentava un po’ il modo più cool di indossare l’hippie hairstyle, domando la chioma ma lasciandole quel quid di controllato wild, che troverà la sua massima espressione nel decennio successivo.

La scorsa stagione, Marc Jacobs ha utilizzato kaia Gerber, allora ai suoi esordi, come volto per la sua beauty collection e il visual prevedeva proprio una chioma frisé extra volume, messa a punto dall’hair stylist Guido Palau.

 

Fonte: Repubblicait

Il ritorno del Vintage

Schermate da grandi occhiali anni Settanta dalle lenti fumé, vestite di tessuti stampati, staremo davvero comode nella nostra poltrona pop, attorniate da cuscini ricamati a motivi geometrici e paraventi ricoperti di carta da parati?
Quello che sembrano suggerirci i grandi marchi della moda stavolta non è l’innovazione a tutti i costi, la veloce sostituzione del guardaroba, ma al contrario è di guardare indietro col loro e riappropriarci del nostro passato stilistico. Trend, questo, che si ripropone anche nella bellezza. Una sorta di autocannibalismo simbolico, che solo i brand storici come Gucci, Hermes, Hermes, Saint Laurent, Dior, Balenciaga, Chanel, per citarne alcuni, possono fare, e che genera degli interrogativi. Solo le case con una lunga tradizione alle spalle infatti possono, in modo più o meno autentico, riproporre i propri pezzi icona, prontamente rieditati per essere immessi sul mercato, o inventarne di nuovi, guarda caso appena usciti dall’archivio, con una storia credibile che faccia sognare il consumatore.

 

Da dove nasce questo bisogno di voltarsi indietro? L’alternarsi e sostituirsi velocissimo delle mode, l’incapacità di inscatolare un trend, di portarlo in passerella, senza che si sia già ibridato con altro e volatilizzato o che sia stato captato dalla catena Fast (and Furious) Fashion, potrebbe aver costretto chi le tendenze per mestiere le racconta e le reinterpreta a prendersi una pausa di riflessione. Il ralenti però non riguarda tutti: il consumatore, in quanto tale, deve continuare ad acquistare.

Il vintage è un comfort-style che ritorna in momenti di sbando culturale?

Quello che sembra ci sia dietro questo gusto per il Vintage, o dovremmo dire per il Retro, più che fascino sedimentato, voglia di un ritmo più lento, di tessuti più preziosi, di cuciture effettuate con attenzione, di abiti tagliati da mani sapienti, è il culto già all’apoteosi della propria unicità. Non importa “cosa” ma “come”: si cercano solo gli effetti più superficiali del trend, per sentirsi i più belli, desiderati e instagrammati. Che l’ultima novità sia il Vintage potrebbe sembrare una contraddizione in termini: proprio questo invece conferma l’importanza della forma sulla sostanza.
Perciò fanno riflettere le parole dello scrittore Simon Reynolds quando dice che “il futuro è morto. Il Retro è il futuro” e che l’ubiquità del passato della cultura contemporanea è di fatto un malessere che potenzialmente mina tutto ciò che è di qualità e originale.

Quando inizia il Vintage?
Etichetta applicabile all’abbigliamento e ai suoi accessori, ma anche ad altri settori, si tratta di un fenomeno relativamente recente. Già i ragazzi contestatori degli anni Settanta amano indossare cose usate, vissute, “povere” come manifesto del rifiuto del consumismo e dei bisogni indotti dal capitalismo. Allora è una tendenza, vista forse come un capriccio, a cui i marchi di moda non si interessano. Bisogna aspettare gli anni Novanta, con il Grunge, per riscoprire gli indumenti colorati dei figli dei fiori, mixarli con camicie militari, magliette da marinaio, camicie ricamate delle nonne, capelli coloratissimi e con tagli asimmetrici soft-punk, cappelli di lana e anfibi. Una miscellanea creativa che racconta il culto per la musica di Seattle e UK, ideali di pace e felicità, l’ambientalismo e ancora una volta, il rifiuto del consumismo. Un humus caotico e fertile che porterà a frutti come No Logo di Naomi Klein (2000) e contestazioni quali Occupy Wall Street (2011). Stavolta il fashion system è più sviluppato e ben attrezzato (o forse contaminato dagli stessi grunger) per cogliere certi segnali e porta in passerella dopo poche stagioni abiti a fiori, cardigan patchwork, cappotti ricavati da coperte militari e capi in stile Retro anni Sessanta e Settanta, ricreati in modo pedissequo.

 

Cosa diventerà Vintage?
Bisogna partire dal termine stesso. “Vintage” è parola inglese, derivata dal francese antico “vendenge”, ovvero vendemmia, che per traslato assume il significato anche di “vino d’annata”. E visto che solo i vini migliori sono capaci di invecchiare bene, e anzi vini apparentemente semplici, poco distinguibili da altri, acquistano negli anni sfumature uniche e preziosissime, anche il vintage non è un concetto che si può applicare a tutto. Non basta chiudere in un cassetto un abito 20 anni per renderlo un pezzo vintage. Potremmo dire che il vintage sta nell’occhio di chi guarda: solo un osservatore attento, e avvezzo alle evoluzioni del costume, può distinguere un pezzo che ha delle potenzialità e che vale la pena mettere a riposare per qualche anno in barrique, ovvero nel proprio armadio. Ritirandolo fuori quando il pezzo sarà scomparso dal mercato, per rivenderlo con profitto o sfoggiarlo come pezzo unico, non più acquistabile.

Perché il Vintage è così affascinante?
Dal fascino quasi magico, il Vintage è una sirena che ci abbindola sempre, forse proprio per una sua certa pericolosità. Come tutte le cose complesse ha i suoi pro e i suoi contro. Indossare pezzi vintage, saperli mescolare fra loro e con capi di oggi, arredare una casa con paraventi stampati anni Cinquanta e tappeti anni Settanta, senza diventare una caricatura non è da tutti. Ma si tratta anche di un comfort-style che ritorna in momenti di sbando culturale, evoluzioni velocissime, incertezze economiche, sociali, proprio come è accaduto negli anni Novanta, con l’avvento di internet e l’ultima grande rivoluzione culturale giovanile.
“A livello psico-sociologico recuperare cose o abitudini del passato significa ancorarsi a qualcosa di certo, trovarsi un’identità in parte già confermata” spiega il professore Marino Bonaiuto, ordinario di Psicologia Sociale a La Sapienza Università di Roma, “e in anni di veloce cambiamento, con una crisi economica forse arginata e soprattutto con una forte crisi sociale, come quelli che stiamo vivendo, citare il passato è un modo per innovare ma senza esporsi troppo, giocando su qualcosa che ha abbia un cuore estetico già familiare e sdoganato.” Il futuro è morto. Il Rétro è il futuro.

Cosa è Rétro e cosa è Vintage?
La differenza fra ciò che è vintage e ciò che è rétro è nell’autenticità storica del pezzo. Rétro è qualcosa che ha l’aspetto di essere d’epoca, che strizza l’occhio al vintage. Quest’ultimo è invece un oggetto originale che ha almeno 20 anni (che salgono a 25 in UK).

La contraddizione in termini del Vintage del 2017
La fame per ciò che Vintage potrebbe essere legata a una congiuntura socio-economica. “Una grande quantità di prodotti da distribuire sul mercato può generare un cambiamento del gusto. Come è successo alla fine Ottocento quando si è aperto il mercato con il lontano Oriente e con l’arrivo di forti quantitativi di tessuti, porcellane, opere d’arte si è sviluppato un gusto orientalista, la massa di vestiti e arredamento messi in commercio con la seconda rivoluzione industriale e rimasti nei magazzini oggi può trainare i desideri del consumatore” continua il professore Marino Bonaiuto, che aggiunge “lampade, abiti, accessori sono elementi concreti, con una forza che fa da locomotiva e si trascina dietro il mercato della moda e quello che mi sembra più che altro un citazionismo”.
La suggestione Vintage del prossimo inverno è di fatto Rétro, creato ad hoc per chi non ha vissuto le atmosfere degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, Ottanta e anche Novanta. E se le generazioni precedenti sono andate alla scoperta di perle rare abbandonate negli armadi di casa e nei mercatini, dopo un tale saccheggio durato decenni ci sembra difficile che gli adolescenti di oggi possano godere di tale fortuna. Proprio qui si inseriscono i produttori a soddisfare la richiesta, con proposte per tutte le tasche. Mentre il Vintage in passato è stato la soluzione per chi voleva indossare capi preziosi senza spendere una fortuna e avere uno stile personale senza passare dai marchi ufficiali.

 

Fonte: Repubblica.it

Da Chiara Ferragni a Behati Prinsloo: come vestirsi in gravidanza

 

Chi dice che gravidanza deve fare rima con scarsa eleganza? Gli abiti informi da mamma in attesa sono ormai un ricordo grazie a brand e stilisti che finalmente prendono in considerazione il pancione nelle loro collezioni. L’ispirazione per vestirci in modo femminile, ma pratico, in quei lunghi 9 mesi in cui il corpo si trasforma di settimana in settimana, ci viene dalle star che stanno per diventare mamme. Dalla top model Behati Prinsloo arrivata con un mini abito Gucci sul red carpet del LACMA a Chiara Ferragni, che mostra il pancino lievitato in un abito nero di Revolve, fino all’abito rosa di Orla Kiely indossato da Kate Middleton e andato subito sold out, ecco i look più belli indossati negli ultimi giorni dalle celebrities incinte. E i loro consigli di stile: dai fiori, al bianco allo stretch ecco cosa indossare–> Clicca qui

Felpa: l’eterna tendenza

Nelle parole di Kanye West, che nell’invito della sua collezione YEEZY SEASON 5 ha allegato anche una felpa, “Sweatshirts are f***ing important”. Il rapper e designer non è il solo a pensarla così (la traduzione è superflua, vero?) dato che la felpa è nel cuore e negli armadi di intere generazioni. C’è chi la indossa per fare sport, chi nel tempo libero e chi la tiene tra i pezzi più importanti del guardaroba, visto che ormai è una protagonista forte delle passerelle, come visto anche alle recenti sfilate della primavera estate 2018.
Versatile, con un’attitudine cool e una facilità sorprendente di abbinamento: la felpa sta all’abbigliamento come il comfort food sta al cibo. Tutti le amano, anche per la loro innegabile comodità.

NASCITA DELLA FELPA
Nata per gli sportivi, negli anni 20 la felpa viene pensata da Bennie Russell Jr in Alabama, che fa realizzare nella fabbrica del padre delle maglie che siano comode per giocare a football e assorbire il sudore. L’idea vincente è utilizzare un cotone morbido che all’epoca viene usato per produrre intimo femminile. Il successo negli ambienti sportivi porta ad alcune modifiche come l’ideazione della hoodie, il modello col cappuccio, lanciato dal brand Champion negli anni 30.
1965 Jane Fonda indossa una felpa con Beethoven. È con Peter McEnery, suo partner nel film “La Calda preda”
1965 Jane Fonda indossa una felpa con Beethoven. È con Peter McEnery, suo partner nel film “La Calda preda”
UNA FELPA PER DIRE CHI SEI
Negli anni 60 esplode il potenziale divulgativo e identitario delle felpe. Gli studenti universitari ci stampano sopra il loro nome e quello dell’università e le prestano alle cheerleader che le indossano con orgoglio. La felpa dice chi sei, cosa fai e a cosa appartieni. Mentre gli operai di New York ancora indossano anonime hoodie col cappuccio fisso sul capo per proteggersi dalle intemperie durante i lavori all’aperto, felpe e t-shirt diventano per i giovani spazi da riempire con slogan. Il boom dilaga negli anni 70: la semplicità della customizzazione unita alla forza di grafiche con frasi ad effetto, rende le felpe un’espressione di personalità, sia per chi le crea sia per chi le indossa.

CULTURA METROPOLITANA
Alla fine degli anni 70 la felpa si afferma come il capo classico dell’hip-hop, che in quegli anni vede gli albori (la storia è raccontata nella serie The Get Down di Netflix). I writer alzano il cappuccio sulla testa per lasciare i loro graffiti sui vagoni della metropolitana e sui muri senza essere identificati, mentre chi balla la break dance ha bisogno di indumenti comodi che non intralcino i trick e che possano essere usati in mosse di stile, come sollevare o abbassare il cappuccio. Nello stesso momento storico si sviluppa la skate culture. Come i writer, gli skater si nascondono col cappuccio per non essere riconosciuti quando si intrufolano nelle ville per lanciarsi in volteggi con le loro tavole nelle piscine vuote e nei parcheggi privati.

Tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80 la felpa diventa la divisa della scena musicale punk e hardcore, diventando anche un capo per definirsi diversi rispetto alla società convenzionale, che popola gli uffici seguendo il dress code giacca e cravatta. Adidas e Nike, i love brand per eccellenza dell’athletic wear (seguiti dai minori come Kangol), diventano pilastri della cultura urbana, indossati da icone musicali come Run-D.M.C. e Grandmaster Flash. La felpa ha quindi una connotazione negativa? No, anzi, anche gli eroi per le masse sono in tuta, come Sylvester Stallone nelle famosissime scene di corsa attraverso Philadelphia di Rocky e Rocky II.

ANNI 80: PREPPY O CASUAL, LA FELPA È OVUNQUE
Gli anni 80 segnano la fine della connotazione prettamente sportiva della felpa. Tommy Hilfiger e Ralph Lauren seguono la lezione dello street style e rilanciano la felpa oversize come capo preppy per i ragazzi del college. In Italia le felpe di Best Company, Naj Oleari e El Charro diventano must-have.
Norma Kamali disegna la prima linea da passerella in felpa, che viene usata anche da Vivienne Westwood sia nella sfilata A/I del 1982 “Buffalo Girls”, sia in quella dell’A/I del 1983, “Witches”, ispirata da un viaggio a New York dove la creatrice del punk incontra Keith Haring e scopre il suo lavoro e lo stile hip-hop.

 

Anche il cinema sceglie le felpe, casual e femminili come non mai. Indimenticabili quella di Jennifer Beals in Flashdance che diventa un vero tormentone. Tutte le ragazze cercano LA felpa giusta per indossarla come nel film che ha segnato una generazione. Grande successo anche per il modello in stile college che Rebecca De Mornay indossa in Risky Business assieme a un Tom Cruise quasi adolescente.

GANGSTA RAP, SUPEREROI e PASSERELLE
Passano gli anni, la felpa rimane protagonista del mondo hip-hop, e purtroppo il cappuccio serve a nascondersi non solo mentre si fa writing ma anche nel corso delle sparatorie che caratterizzano le guerre tra gang. Snoop, Tupac e le TLC dimostrano come si possa essere star planetarie indossando l’indumento più democratico. Sulle passerelle l’elemento felpa è ormai consolidato tra gli anni 90 e i 2000: non importa in quale accezione, riflette sempre stile e reinterpretazione da parte del designer che sceglie di renderla protagonista.

Fonte: Repubblica.it